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venerdì 17 gennaio 2020

Come rendere un’abbazia la prima d’Italia (e farla rimanere tale per otto secoli)



Chiostri, torri, biblioteche, giardini, orti… A essere svanito nel nulla non è solo l’antico prestigio del “Monasterium in Italia princeps” – come amava definirla Guido il musico – , ma anche la maggior parte dell’intero complesso che un tempo mostrava un’Abbazia di Pomposa molto diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine.

Persino ciò che è rimasto appare in una configurazione differente rispetto a quella originale, a partire dalla chiesa. Quella attuale, dedicata a Maria, era già nel IX secolo di forma tipicamente basilicale: pianta rettangolare e tre navate con abside. Lo stile ravennate-bizantino, evidente nella struttura, era dato anche dall’utilizzo di materiale architettonico proveniente da Ravenna, caduta un secolo prima sotto i Longobardi. La facciata, tuttavia, non è più visibile totalmente, poiché fu inglobata da un atrio costruito in seguito, poi a sua volta demolito per mettere in piedi l’ampliamento che vediamo oggi. Spettò infatti all’abate Guido, un ravennate, la trasformazione dell’abbazia per renderla sempre più imponente e sontuosa, a cominciare proprio dall’aggiunta del nuovo atrio, opera del geniale architetto Mazulo. Egli, ornando l’esterno del nuovo corpo con bacini ceramici, stucchi, marmi, pietre e laterizi intagliati e incisi, consegnò all’abbazia quasi una nuova facciata dal lontano gusto orientale. Accanto all’edificio sacro, non è andato perduto il grandioso campanile, la cui costruzione fu avviata grazie a delle donazioni nel 1063, dopo l’atrio quindi, come ci mostra una lapide dedicatoria posta alla sua base. Simile ai suoi colleghi romanico-lombardi, risulta molto vicino alla chiesa e sembra riproporre il complesso sistema decorativo in laterizio dell’atrio, ma con importanti innovazioni figlie dei nuovi tempi. Prima di entrare, tuttavia, per stupirci delle maestose decorazioni ad affresco e dei pavimenti a tarsia e mosaico, è bene fermarsi ancora un attimo ad ammirare l’atrio addossato alla facciata, perché per la sua fattura è riconosciuto come uno degli artefatti più interessanti dell’arte medievale padana: anche se all’epoca non era il solo nell’area ravennate, è oggi rimasto come l’unico esempio di un insieme di forme a notevole prevalenza orientale. Eppure, anch’esso allora doveva mostrarsi ben diverso. Si è scoperto che la sua superficie era probabilmente intonacata, non si sa come, e allo stesso modo vari altri suoi elementi scultorei.

L’abbazia, che senza remore si fa notare dalla campagna circostante grazie al solenne campanile, è però scrigno e custode di un patrimonio artistico che ha fatto la storia del nostro territorio, e non solo. E se già il contenitore riveste questa importanza, figuriamoci il contenuto! Basta introdursi nell’edificio per notare che quasi non esistono vuoti: l’interno è completamente affrescato, ma non tutto risale allo stesso momento, e qualcosa sarebbe stato anche ricoperto da interventi successivi. Gli affreschi furono l’ultima testimonianza della grande arte pomposiana, e i loro committenti si succedettero nel corso di secoli. Dai tradizionali intenti moraleggianti e didascalici, le raffigurazioni mostrano, a chi è in grado di interpretarle, scene tratte dall’Antico, dal Nuovo Testamento e dalla Storia della Chiesa. Le botteghe che vi lavorarono furono diverse, e il tutto sembra innegabilmente confluire verso l’abside, fulcro del ciclo pittorico, che presenta il Cristo benedicente nella mandorla mistica. Ma un tempo c’era dell’altro. Ogni monastero medievale era sede di studio e cultura, a maggior ragione Pomposa: tra le altre cose, la sua biblioteca di centinaia di volumi è oramai perduta, né si sa dove si trovasse.

La poesia di Pomposa è però solo all’inizio. E’ dal vivo che l’impossibile dialogo tra esseri umani e opere d’arte di un tempo passato diventa realtà. E forse solo i versi di Giuseppe Ravegnani, poeta dimenticato, potrebbero descrivere, a chi non lo conosce, uno dei monumenti italiani più visitati: “In mezzo alla campagna sola stai, / o casa del Signore! / Arde sui tetti il sole; / e le campane / cantan lassù come gran guglie d’oro, / le cui voci, pregando, / un po’ di cielo / donano al cuore di chi va sognando… […]” (La Chiesa dell’Amore, I, 1923).

giovedì 9 gennaio 2020

Vite semplici, luoghi straordinari



Tra ambienti perduti e spazi riqualificati, camminare oggi nel complesso dell’Abbazia di Pomposa ci riporta indietro nel tempo fino al Medioevo. Sembra quasi di poter vedere la vita quotidiana dei frati che qui vivevano, qui pregavano, qui cantavano.

Il chiostro rappresentava per loro tutti il centro dell’intera giornata, come nei classici monasteri benedettini. Grazie a delle carte d’archivio, le studiose e gli studiosi sono in grado di ricostruire l’antica conformazione dell’abbazia, mettendola a confronto con ciò che è rimasto. Ai nostri giorni è sopravvissuto il tracciato del chiostro maggiore, attorno al quale si estendono la chiesa di Santa Maria, la sala del Capitolo, la sala delle Stilate e il Refettorio. Sono invece scomparsi altri elementi, come la Torre Rossa o dell’abate e una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Fu l’abate più cruciale per Pomposa, San Guido, ad aver voluto e immaginato il chiostro ora perduto, in occasione dei grandi lavori che portò avanti nell’XI secolo. Questo in seguito subì modifiche che lo dotarono di nuovi materiali architettonici e grazie a tracce scolpite nella pietra è ancora possibile stimare quanto grande dovesse essere. Lungo il lato meridionale corre dunque l’antico Refettorio dei frati, al cui interno esisteva anche un refettorio piccolo, che divenne poi abitazione del parroco. A inizio Trecento la struttura fu sopraelevata, ma con il trascorrere dei secoli l’incuria determinò, tra l’altro, il crollo della sua copertura, provocando la sua trasformazione in un cortile di servizio dell’abitazione parrocchiale. Fortunatamente una parete, quella orientale, venne salvata da una tettoia, ed è per questo che a noi è giunto lo spettacolo degli affreschi sopravvissuti, aventi come tema la situazione della mensa: l’Ultima Cena, narrata dai Vangeli, avviene attorno a una tavola rotonda ed è catturata proprio nell’istante in cui il traditore Giuda ha già iniziato a mangiare, ma vede come propria controparte un’altra cena, questa volta molto più vicina ai frati, perché accaduta realmente a Pomposa. Si tratta del miracolo della mutazione dell’acqua in vino da parte di San Guido, verificatosi al cospetto dell’arcivescovo di Ravenna Gebeardo, tra la meraviglia delle persone al suo seguito e la tranquillità dei monaci, ormai abituati alle sante gesta dell’abate. Accanto al Refettorio, ecco la sala delle Stilate, cioè i pilastri addetti a sorreggere qualcosa. E’ di forma rettangolare e risale ai cambiamenti architettonici del XIII e XIV secolo, tuttavia non è mai stata chiarita la sua effettiva funzionalità. Forse un magazzino, visto il suo aspetto rustico? Ma se un magazzino avrebbe avuto poco senso collocato nel chiostro maggiore di un monastero, sembra probabile che la funzione della sala variò con il tempo. Proseguendo lungo il lato orientale, si incappa nella suggestiva sala del Capitolo, la cui bellezza è segnalata già dalla porta di ingresso. Anch’essa nacque dalle innovazioni trecentesche ed era il luogo deputato alle riunioni dei monaci, intenti qui a meditare su un capitolo alla volta della Regola di San Benedetto. L’aula custodisce preziosi affreschi attribuiti alla scuola giottesca padovana, affreschi che mostrano una qualità talmente elevata che per molto tempo si pensò fossero mano dello stesso Giotto. Il cosiddetto Maestro del Capitolo fece sua la nuova concezione dell’arte impressa nella Cappella degli Scrovegni, facendola fiorire anche a Pomposa. E dopo aver lavorato, mangiato, letto e meditato, un buon riposo era d’obbligo per i monaci: il vasto e umile dormitorio, suddiviso in piccole celle e originariamente dipinto, era situato sopra il Capitolo, e lì oggi si trova il prestigioso Museo Pomposiano. A Occidente, fa infine mostra di sé il Palazzo della Ragione, dove l’abate esercitava la giustizia civile sui territori soggetti all’abbazia. Era in origine dentro le mura di cinta e collegato alle altre strutture da un loggiato e un cortile. Del suo iniziale aspetto quasi nulla rimane.

Il 1152 fu però un anno diverso dagli altri. Una crisi idrogeologica causò infatti la scomparsa dell’Insula pomposiana e diede così avvio a una progressiva decadenza, interrotta soltanto dalla sete di conoscenza e dal bisogno di valorizzare propri di questo tempo.

domenica 5 gennaio 2020

Il popolo che nascose un tesoro



Già per gli antichi era un interrogativo senza risposta. Si ritenevano etnicamente estranei rispetto a ogni altra popolazione italica preromana, ma la loro origine stimolò da sempre la fantasia di scrittori e intellettuali.
Erodoto, considerato il padre della storiografia, li ritraeva come eredi di un popolo anatolico, giunto in Italia al seguito di un mitico capostipite, Tirreno. Il retore Dionigi di Alicarnasso era invece pronto a giurare sulla loro autoctonia, mentre il romano Tito Livio era convinto di una provenienza dall’Europa centrale. Dai miti di Tagete e Tarchon si può intravvedere come gli stessi Etruschi immaginassero la questione. Il dio Tagete, indigeno perché nato dalle zolle, fu colui che trasmise loro le norme aruspicali, arte che sempre identificò gli Etruschi con la capacità di interpretare i segnali del divino. Tarchon, invece, sarebbe stato il fondatore di Tarquinia e altre città coeve. Forse in origine doveva trattarsi di una figura unica, ma quando sarebbe avvenuto tutto ciò? Gli eruditi etruschi calcolavano di essere comparsi nel X secolo a. C., eppure le loro considerazioni e convinzioni su se stessi non lasciavano indifferenti gli altri popoli. Furono i Greci a inventare nuove ipotesi sul loro conto. La teoria più antica li voleva come i discendenti più numerosi dei Pelasgi, abitanti dell’Ellade che si sarebbero diffusi in varie aree del Mediterraneo. In seguito, da omofonie casuali e accostate fra loro, nacque una ulteriore ipotesi, appoggiata da Livio, che prevedeva la provenienza etrusca dalla Lidia, ma in realtà spesso le due teorie finirono per sovrapporsi nei secoli seguenti. Nessuna di queste, tuttavia, viene oggi appoggiata in maniera esclusiva da chi si occupa di etruscologia, la scienza che li studia scientificamente. Prendendo in considerazione la loro lingua, è possibile mettere in conto, piuttosto che una provenienza antica dagli italici Villanoviani o dalle genti locali dell’Età del Bronzo, una tarda migrazione da Settentrione o per mare. Inoltre, la prima arte etrusca, di epoca recente, avrebbe una chiara ispirazione orientale, forse per rapporti commerciali in fase avanzata. Che siano, dunque, venuti da Nord o per mare, risulta fuor di dubbio che dal IX secolo, in questa zona della penisola, fiorì la civiltà del Ferro, che grazie a un processo di mescolanza e acculturazione diede vita a una koinḕ etrusco-italica. Dai territori primigeni della Toscana e del Lazio settentrionale, l’Etruria tirrenica, fin dai tempi più antichi vi fu un allargamento in più direzioni: la Campania e la Pianura Padana, dove sarebbero state fondate delle mitiche dodecapoli, ovverosia insiemi di dodici città, simili a quella presente sin dalle origini in Etruria. La terra bagnata dal Po sarebbe servita, lo si intuisce, per il rifornimento di nuove aree da adibire a campi agricoli, almeno agli inizi. Da metà VI secolo a. C., poi, la presenza urbana nella nuova Etruria padana si accrebbe sempre più, e questa terra fu teatro di una riorganizzazione generale, proprio mentre il predominio sul Tirreno iniziava a sfiorire. Le vie di scambio con i mercati d’Oltralpe subirono dei potenziamenti e nuove città legate da stretti contatti sorsero indisturbate. Spina, porto cosmopolita che vorrebbe non a caso significare “nave”, fu una di queste, e i suoi resti sono oggi custoditi nel Museo Archeologico di Ferrara, presso il Palazzo Costabili. Ma non tutto è stato ancora scoperto, e chi vive nei territori dell’antica Spina lo sa bene. Mancherebbe tuttora all’appello il magico talismano che avrebbe consentito alla città spinetica di divenire così famosa e prosperosa, un amuleto che persino il mare avrebbe invidiato, portandolo a tentare di invaderla, inutilmente. Non vi fu resa, tuttavia, e finalmente il mare, tentando e ritentando, prima o poi ce la fece: il ragno d’oro, posto sulla porta d’ingresso, non riuscì stavolta a difendere la sua ragnatela, che proteggeva Spina. E l’acqua la invase. Per ripicca, però, il ragno fece sprofondare la città nella palude, sotterrando persone e ricchezze.
E chissà, perché no, sotterrando anche se stesso, in attesa che il sogno, un giorno, diventi realtà. Come l’antica città di Spina.

venerdì 27 dicembre 2019

Rinascimento sempre in divenire: la raffinata arte del restauro



Lo scorrere del tempo, è risaputo, altera la realtà. L’insondabile varietà e diversità di ogni cosa esistente, uguale solo a se stessa, non cessa mai di subire continue modifiche, anche impercettibili, che accumulandosi determinano una difformità crescente anche rispetto alla propria apparenza precedente. Tornare indietro non ci è ancora permesso, ma ridare una forma il più possibile simile a quella passata, questo sì.

Restauratrici e restauratori lo sanno bene, perché lo fanno di mestiere quotidianamente. Non si tratta, come invece tale attività veniva una volta interpretata, di ricostruire a tutti i costi gli oggetti, piccoli e grandi, giunti sino a noi. E’ piuttosto la cura che con rispetto si può loro riservare, includendo interventi svolti solo se si ha la certezza documentata di come doveva essere la parte mancante, e solo se si può disporre di materiali molto affini. Con un’accortezza, però. Le manomissioni svolte devono essere ben riconoscibili, in modi vari, cosicché in futuro le azioni del nostro tempo possano essere distinte e separate dalle condizioni originarie. Una rinascita, insomma, un nuovo Rinascimento che la nostra era regala alle tracce di chi ci ha preceduto, dalla preistoria ai giorni più vicini, ma anche ai periodi più remoti. E’ il caso, questo, del restauro dei fossili. Gli ultimi anni hanno visto Ferrara come una felice fucina di riparazione dell’antico, dalle imponenti costruzioni ai delicati affreschi, ma certo tra i casi maggiormente rilevanti e in special modo esperibili da tutta la cittadinanza spiccano i restauri del giardino e delle piroghe di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro e sede del Museo Archeologico Nazionale. L’anno fruttuoso è stato il 2010, a partire dal quale si è potuto apprezzare il lavoro minuzioso e condotto con grande professionalità che ha restituito alla nostra città l’opportunità di rivivere questi luoghi e questi reperti come un salto indietro nel tempo. Le prime a far nuovamente mostra di sé sono state le imbarcazioni, la cui sala è stata riaperta nel mese di maggio. Al solito, il restauro si è configurato come soltanto una parte di un processo più ampio, curato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici. Le barche sono state prima studiate e analizzate scientificamente, per identificare da un punto di vista fisico e chimico il legno utilizzato, comprenderne il deterioramento e riconoscere i prodotti usati in precedenza per conservarlo. Fatto ciò, si è potuto procedere con il restauro vero e proprio, che addirittura si è dovuto svolgere nella sala espositiva, a causa delle importanti dimensioni delle navi. E il problema è divenuto risorsa: alcune fasi dei lavori le si è potute vivere in diretta, a stretto contatto con le difficoltà che esperte ed esperti del campo affrontano ogni giorno. Esattamente come quelle riconosciute e superate da coloro che hanno rivolto le proprie capacità alla sistemazione del giardino neorinascimentale, punta di diamante dell’intero complesso museale, riaperto nel mese di giugno. Molti gli enti, le realtà e le personalità coinvolte, anche stavolta grazie alla pianificazione della Regione Emilia-Romagna. Dalla iniziale condizione in cui il giardino versava, di degrado e mancanza di valida manutenzione, bisognava tornare a far risplendere un unicum irripetibile. Ma non solo, poiché oltre a far tornare l’area nella situazione originaria di inizio Novecento, non era possibile cancellare gli eventi precedenti o successivi, fingendo che non fossero mai accaduti. Così, si è proceduto con indagini preliminari, per andare alla ricerca delle specie vegetali succedutesi nel corso dei secoli e di eventuali strutture archeologiche dimenticate dal tempo. L’intervento, poi, si è focalizzato non solo sul giardino novecentesco, ma anche su quello rinascimentale, giunto ai giorni nostri in una minima parte.

Riportare all’antico splendore, per quanto possibile e sensato, l’esito di un inevitabile degrado è interessante e affascinante da vedere. Appunto la fruizione è l’obiettivo principe di tali operazioni, sia per chi è esperto in materia sia per chi non è addetto ai lavori, operazioni che altrimenti, francamente, sarebbero prive di senso. Il Palazzo Costabili è lì ad attenderci.

martedì 24 dicembre 2019

Cronache di una Ferrara acquatica



1 ottobre 1940, Valle Isola, Ferrara. La località Casone Gaiano, protagonista di un eccezionale rinvenimento durante lavori agricoli, viene segnalata dalla Soprintendenza Archeologica dell’Emilia e Romagna al commissario prefettizio di Comacchio, per assicurare ai preziosi reperti la migliore sorveglianza. Gli antichi testimoni di un tempo lontano non possono correre il rischio di sparire per sempre.

E’ così che le due imbarcazioni monossili, di età tardoromana, vengono lasciate nel luogo del ritrovamento e ricoperte con il circostante terreno argilloso. La cattiva stagione è infatti impellente e sarebbe più saggio procedere con i lavori in primavera. La località è già stata bonificata da oltre dieci anni, e al momento appare come una campagna coltivata a cereali. Non entrambe le piroghe, tuttavia, sono state scavate interamente: una quasi del tutto, l’altra invece, posta accanto, è visibile soltanto per un fianco, poiché coricata su un lato. Nonostante qualche inevitabile danno causato dagli operai che le hanno scoperte e scavate con i mezzi di cui dispongono, in occasione dei lavori per un canale artificiale, queste mostrano di trovarsi in buono stato, e si riesce perfino ad apprezzare l’accuratezza della lavorazione interna. Giunto il mese di maggio, dunque, ma del 1942, il pericolo che le imbarcazioni stanno correndo, ancora sepolte, risulta sempre maggiore. Un anno è già passato a vuoto, e se la notizia dovesse diffondersi, o se qualcuno inavvertitamente le ritrovasse a sua volta, rischierebbero di divenire legna per camino. Bisogna intervenire. La Soprintendenza divulga al Ministero dell’Educazione Nazionale le proprie preoccupazioni, chiedendo esplicitamente fondi per un tempestivo recupero, ma sarà il Museo Nazionale delle Origini di Taranto, nell’estate seguente, a rendersi disponibile per le spese di scavo e recupero, a una condizione: le due imbarcazioni devono risalire all’età preistorica. Non solo, perché dopo i lavori una di queste dovrebbe andare proprio nel museo pugliese. Vengono così condotti, in men che non si dica, dei saggi in loco, ma il fiato rimane sospeso per poco. Nello strato sottostante le monossili, sono presenti delle conchiglie dell’antico fondo vallivo che circondano un frammento di anfora tardoromana. Ciò vuol dire che le imbarcazioni devono per forza essere di quel periodo. L’autunno incombe, e le barche sono tuttora lì. Le sollecitazioni continuano a essere inviate, ma ancora nessun fondo per l’estrazione, il recupero, il trasporto a Ferrara e il necessario restauro. Arriva dicembre, stessa situazione, ma almeno la sorveglianza sul luogo incriminato è garantita dalle forze dell’ordine. Il nuovo anno giunge, siamo nel 1943. Si scopre che l’imbarcazione più grande ha subito dei danni: qualcuno ne ha asportato una parte. Tempestivamente vengono intraprese ulteriori iniziative di protezione – più sabbia sui reperti – ma è troppo tardi per organizzare un intervento completo adesso. L’Italia è in guerra e fino al 1945 la situazione non può essere smossa. Bisognerà attendere gli anni immediatamente successivi per sopralluoghi atti a verificare che nessuno abbia più toccato i preziosi manufatti, e finalmente nell’aprile del 1948 si programmano il loro scavo e trasporto verso il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, già ospitato nel Palazzo Costabili. Il tutto avverrà il mese dopo, ma una sorpresa non gradita attende gli scavatori. Soprattutto la piroga più grande si rivela in uno stato peggiore del previsto, poiché altri scoprimenti e reinterri si sono succeduti. Senza contare l’allagamento che la zona ha subito negli ultimi due anni di guerra. Ma ora non c’è più da aspettare. Le monossili vengono imbracate e dopo anni di stazionamento in ciò che rimaneva di una antica officina navale, giungono infine a destinazione, per raggiungere ad agosto la collocazione attuale nella sala al pianterreno.

Come traccia del ruolo di punta esercitato dalla nostra terra nel campo della navigazione, le piroghe ci ricordano anche la perduta talassocrazia – dominio sul mare – che l’antica Spina, la città antenata di Ferrara, esercitava incontrastata sull’Adriatico, tra commerci e protezione dai pirati.

lunedì 16 dicembre 2019

Fascino e mistero di giardini e labirinti: a Ferrara un percorso iniziatico pubblico



Da millenni giardini e labirinti si configurano come strettamente correlati e non sempre distinguibili. Gli uni possono esistere senza gli altri, e viceversa, ma quando si trovano a coesistere fino a fondersi e confondersi, la curiosità e la voglia di saperne di più non stentano a manifestarsi impetuose.
Partire dalle origini dei termini aiuta a comprenderne il significato più profondo e il punto di partenza della loro storia. Etimologicamente, infatti, giardino vuol dire luogo chiuso, solitamente ornato con colture erbacee o arboree, mentre del labirinto, inteso oggi come intreccio inestricabile, poco si sa. Ripercorrere le ipotesi stilate da esperte ed esperti può essere interessante: visto che la terminazione della parola labýrinthos rimandava in una antica lingua greca al concetto di luogo, si era ipotizzato che il labirinto fosse la casa di un’arma del potere, l’ascia bipennelàbrys – e cioè il Palazzo di Cnosso, la leggendaria reggia di Minosse da cui non era possibile uscire senza una guida. Da qualche tempo, però, l’opinione si è modificata, a favore di un’altra interpretazione nata dal rinvenimento, proprio a Cnosso, di una tavoletta micenea di terracotta risalente al 1400 a.c. In questa iscrizione, “labirinto” si riferirebbe a un insieme di corridoi articolati fra loro e destinati al mondo della danza, simile alla raffigurazione presente su un’altra tavoletta, oppure potrebbe voler dire semplicemente danza, arte che da sempre si pone a imitazione del movimento della natura e dei corpi celesti. Ma oltre alla terminazione, vi è anche la radice di labýrinthos da prendere in considerazione, sì perché avrebbe origini pre-indoeuropee e indicherebbe l’idea molto generale di pietra, che secondo gli antichi Greci costituiva le ossa della Madre Terra. Poteva perciò essere visto come il palazzo di una divinità degli inferi, chiamata “signora del labirinto”, il cui dominio si estendeva su un luogo denominato appunto labirinto, e costituito da grotte, dove avrebbe abitato anche il mitico Minotauro. Ma anche nel caso del mito cretese, il Palazzo di Cnosso era realmente come ci è stato raccontato? Tanto per cominciare, non è neppure chiaro se fosse davvero a Cnosso. E soprattutto, emerge un altro problema: è solo con Platone che il labirinto diventa un percorso ingarbugliato ed è l’ellenistico Callimaco a porvi l’uccisione del Minotauro. In effetti, il dedalo cretese era del tutto semplice e di forma immediata, con un tragitto obbligato che dall’ingresso conduce direttamente al centro, senza inganni. E per giunta, non era una costruzione artificiale, come piuttosto inizierà a essere percepito dall’epoca romana. Il primo a tramandare per iscritto il mito del labirinto di Cnosso fu del resto Callimaco, che lo descriveva come luogo tortuoso, ed è forse proprio a lui che dobbiamo l’inizio della concezione odierna. L’esperienza simbolica del labirinto, vero e proprio viaggio insidioso di iniziazione che dalle ombre circostanti conduce solo chi è pronto alla luce del suo centro, è a Ferrara percorribile da chiunque lo voglia. Tale simbolo visse un momento d’oro nel Rinascimento, avviato urbanisticamente proprio dalla nostra città, che si riempì di giardini di estrema perfezione, ammirati da tutte le persone illustri che poterono visitarli. L’individuo, al centro del proprio universo, era ora libero di intraprendere nei labirinti dei giardini la via che più preferiva, al di là di qualsiasi costrizione esterna. Il Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico Nazionale, è figlio di quel periodo storico, ma il labirinto di bosso che vanta attualmente è in realtà più tardo. Venne aggiunto dopo gli anni Cinquanta, in spazi che prima risultavano vuoti e che nell’età rinascimentale erano adibiti a prati, dove crescevano anche piante spontanee.
Dalla spontaneità del giardino primordiale, l’Eden, alle costruzioni sempre più ingarbugliate e labirintiche, il trait d’union può forse ritrovarsi, sorprendentemente, nell’essere umano, che nel cammino della propria esistenza è sempre chiamato a ricercare il senso delle cose e di se stesso, percorrendo strade tortuose indirizzate alla morte e rinascita nel giardino della Conoscenza.

sabato 14 dicembre 2019

Il giardino immaginario divenuto reale



Per definizione, la fantasia è sempre capace di superare la realtà. Ma quando riesce anche a divenire reale, lo stupore che suscita è più forte di qualsiasi immaginazione.

Passeggiare per le strade di Ferrara vuol dire attraversare incroci ciottolati, incontrare volte di pietra e ammirare edifici dalle facciate singolari. Se però fossimo in grado di spiccare il volo, i nostri occhi vedrebbero qualcosa di totalmente diverso. Una città immersa in un verde nascosto, che senza timore si estende negli interni delle costruzioni, invisibili da terra. Sì, ma non tutto, fortunatamente, si nega alla nostra vista. L’unico giardino formale, ovvero con predominanza di forme geometriche, compiuto e ancora oggi superstite a Ferrara si trova nel Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro, ed è aperto al pubblico. Al suo interno, lungo la Via della Ghiara – l’attuale Via XX Settembre – fu realizzato in età rinascimentale un giardino di rappresentanza, che si sviluppava a Est del palazzo, insieme con una stalla e delle fabbriche. Le intricate vicende successive dello splendido edificio estense annoverano modifiche dei terreni, con vendite e novità nelle destinazioni d’uso, le quali non sono riuscite a tramandarci altro che una minima frazione di ciò che doveva essere l’antico giardino. Ma negli anni Trenta del Novecento un nuovo giardino prese forma sul versante meridionale, in pieno stile neorinascimentale e con una estensione minore rispetto all’originale. Fu una sorta di esperimento, ben riuscito, e il laboratorio fu un’area del Palazzone dove in parte si estendevano i vecchi orti. Il terreno, prima dell’opera, si presentava in massima parte senza alberi, con ambienti erbosi molto aperti ma anche segni tangibili di attività umane, come vegetali coltivati o che hanno un legame con ambienti antropici. Numerose erano le graminacee, piante diffuse in tutto il mondo, sia spontanee sia frutto di agricoltura. Già nel Quattrocento la zona del successivo giardino si configurava in tal modo: gli orti erano di medie dimensioni e si alternavano con aree adibite a prati o terreni incolti soggetti a calpestio. Si pensa vi fosse un importante impianto idraulico nelle vicinanze; il paesaggio era infatti alquanto diverso rispetto a oggi, più umido per l’acqua che lambiva Ferrara. Molti cereali, inoltre, erano presenti, o perché coltivati, o perché trasportati nel palazzo. Dal Cinquecento, le coltivazioni dovettero ridursi in maniera consistente, e in contemporanea dovettero subire un incremento gli impianti idraulici attivi, testimoni di una cura maggiore nei confronti dell’area circostante il palazzo. L’incuria dei secoli successivi ha invece cancellato diverse tracce del passato splendore, ma dai documenti e dalle analisi effettuate sappiamo che tra le piante coltivate figuravano la rapa, la bieta, la senape, la cicoria, la lattuga e la menta. Crescevano piante da frutto quali la vite, il noce, il ciliegio e forse arbusti come l’erica. Tra gli alberi, ecco la quercia, il carpino, il nocciolo, il frassino e l’olmo, ma anche il pino e l’abete. Fino agli inizi del secolo scorso l’area fu adibita a orto, anche se tra Sette e Ottocento si verificò la demolizione di un muro di cinta che tagliava trasversalmente il giardino con un ingresso allo spazio esterno, coltivato a orto e frutteto. Completamente immaginaria fu la ricostruzione che un disegnatore tecnico effettuò negli anni Trenta: quella giunta sino a noi è un’invenzione grafica che ambiva a riproporre un modello ideale di giardino rinascimentale ferrarese. Da allora, vari altri interventi, come il famoso labirinto, si sono succeduti, non sempre affini all’originaria identità neorinascimentale del giardino, per giungere infine alla ricostruzione attenta che nel 2010 ha presentato alla cittadinanza un giardino restaurato e pronto a essere vissuto. Grazie a tutto questo, è ancora possibile apprezzare sia il disegno formale del giardino novecentesco sia le aggiunte considerate ormai non più alienabili. E’ il caso del labirinto e della galleria di rose, elementi divenuti tipici del giardino.

Nonostante sia il risultato di un’invenzione fantasiosa, la pregevolezza del giardino attuale non stona con il contesto in cui si trova, ma anzi è segno di un efficace dialogo tra antico e moderno.
 

martedì 10 dicembre 2019

Tesori fantastici, ecco dove trovarli



Quando una città è immersa nella Storia e nell’arte di un lontano passato, risulta difficile riuscire a comunicare con adeguatezza ogni singolo tesoro. Sono talmente tanti i suoi beni, che concentrarsi su ognuno di loro potrebbe apparire impossibile o quantomeno utopistico. E’ il caso di Ferrara.

Inserito nel silenzioso e ameno contesto dell’antica via della Ghiara, così chiamata per la ghiaia depositata da un ramo del Po che scorreva nella zona, lontano dai consueti e scontati flussi turistici, è il Palazzo Costabili, impropriamente detto di Ludovico il Moro, del quale, senza paura di esagerare, si può dire che da solo valga un’intera visita nella città degli Estensi. Tale primato lo deve non già alle preziose testimonianze raccolte nel Museo Archeologico Nazionale, ma proprio di per sé, per la maestosa qualità di ogni minimo particolare apprezzabile anche al giorno d’oggi, senza filtri. Entrando, come non farsi stupire dal cortile d’onore completato solo a metà? Due lati soltanto sono stati portati a termine e mostrano una candida decorazione scultorea in pietra bianca. L’autore, non bisogna dimenticarlo, sarebbe stato Gabriele Frisoni, perché se tuttora possiamo godere di testimonianze fuori dal tempo lo dobbiamo a donne e uomini che con impegno hanno dedicato il proprio lavoro alla cultura della bellezza. Sempre Frisoni avrebbe anche realizzato lo scalone di accesso al piano nobile, finemente addobbato. Rimanendo ancora nel cortile, vietato non alzare lo sguardo: unicamente in questo modo si può notare il gioco di tende che con creatività ci fa vedere come apparivano in origine le finestre, alternativamente aperte e cieche. Ma nonostante il Palazzone sia rimasto incompiuto, non mancano decorazioni interne, talvolta autentici capolavori. E’ necessario partire dal piano terra per poterle ammirare, nelle tre sale affrescate con tutta probabilità da Benvenuto Tisi, detto il Garofalo dal nome della città di origine paterna, e dalla sua scuola. Nel lato di sinistra, troviamo la Sala delle storie di Giuseppe e la Sala delle Sibille e dei Profeti, forse istoriate più dagli allievi che dal maestro. E’ sufficiente però accostarsi al portico meridionale per accedere a una terza sala affrescata, l’Aula costabiliana o Sala del Tesoro, di certo la più celebre dell’intero edificio, abbellita questa volta dal Garofalo in persona, quando non aveva ancora trent’anni. La sala ha una forma rettangolare e sulle pareti, vicino al soffitto, viene raccontato il mito dei due Amori, Eros e Anteros. Anche all’epoca erano soprattutto le immagini a raccontare una storia. In alto, invece, una prospettiva che ha dell’incredibile: pur rifacendosi al Mantegna della Camera degli Sposi, il Garofalo avrebbe raggiunto un livello considerabile addirittura superiore. Le scene della vita di corte, viste da una balconata che corre per tutti i lati, sono dipinte senza mai effettuare alcun errore. Era la perfezione del cruciale e originalissimo Rinascimento ferrarese. Naturalmente la particolarità di questo piccolo luogo fu sempre evidente, già dal momento della sua realizzazione, che doveva vederla come sala da musica, o archivio di libri e oggetti importanti. In seguito si configurò per vari utilizzi, non sempre decorosi, anche mentre il mondo intellettuale dimostrava interesse per l’innegabile valenza artistica. Grazie al necessario consolidamento strutturale e restauro totale, la sala è oggi viva in tutto il suo splendore. Non solo, in quanto gli anni più vicini a noi ci hanno consegnato dell’altro. Sul cortile d’onore, infatti, si affaccia dal piano nobile il Salone delle Carte Geografiche, dipinto nel 1935 per volontà di Salvatore Aurigemma, primo direttore, che desiderava riprodurre antiche carte geografiche per una miglior comprensione della vicenda spinetica. A corredo del lavoro, i versi dell’ode ‘Alla città di Ferrara’, di Giosue Carducci, e un passo di Plinio il Vecchio, sulle mitiche origini di Spina.

Ferrara, la prima città moderna d’Europa, è unica perché rimasta sostanzialmente intatta nel corso dei secoli. E’ pertanto fisiologico che sovrabbondi di tesori da far conoscere, ma proprio la sua unicità le permette di non aver bisogno di particolari trovate o genialate. Per comunicare ogni singola meraviglia, basta iniziare a farlo, ricordandosi che talvolta il meglio è nemico del bene.
 

mercoledì 13 novembre 2019

Claterna, sulla Via Emilia una città romana da ricostruire



Fermate la prima persona che vi capita per strada e chiedetele di dirvi cosa le viene in mente sentendo la parola “archeologia”. Ripetere l’esperimento probabilmente sarà inutile, perché non vi discosterete dall’immaginario collettivo: “archeologia” equivale a dire scavi faraonici, oggetti preziosi e avventure alla Indiana Jones.

Non con tutti i torti, ma la conferenza dal titolo ‘Claterna: un centro urbano sulla via Aemilia’, tenutasi lo scorso 8 novembre al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, ha dimostrato che è molto di più. L’evento si è inscritto nella cornice della Festa internazionale della Storia, manifestazione che ogni anno trasforma il capoluogo emiliano-romagnolo nella capitale mondiale della Storia, portando alla conoscenza della sua millenaria vicenda attraverso strumenti e occasioni da vivere in Italia, ma anche dall’altra parte dell’oceano. Un festival di così notevole successo da renderlo a oggi la più grande kermesse del genere in Europa. L’edizione 2019, ‘Viva la Storia Viva. La Storia è il faro dell’Umanità’, sta in queste settimane ponendo in questione la vitalità della Storia, fatta di donne e uomini che senza volerlo hanno costruito con dignità quello schienale cui oggi ci poggiamo per guardare al futuro. Il nostro Museo Archeologico, insieme con il Museo della civiltà Villanoviana di Villanova di Castenaso, si è quest’anno inserito nei festeggiamenti – perché di festa si tratta! – proponendo il ciclo di conferenze ‘Villaggi, città, castelli: la Storia prende vita’. La generale atmosfera di attualità del passato, che i due musei hanno in tal modo deciso di vestire, ha certo impedito che un’antica città come quella di Claterna non venisse presentata al pubblico appassionato. I muri di Palazzo Costabili, cui Claterna è legata per il tramite del soprintendente Salvatore Aurigemma, hanno ammirato le sue bellezze e ascoltato i suoi avvenimenti per la prima volta in questa occasione. Renata Curina – della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara – , Maurizio Molinari – dell’Associazione ‘Centro Studi Claterna’ – e Claudio Negrelli – dell’Università Ca’ Foscari di Venezia – si sono avvicendati nel fornire non solo informazioni sul sito, ma soprattutto sulle modalità con cui l’archeologia ha accarezzato Claterna, evitando scavi e manutenzioni troppo dispendiose, e l’ha abbracciata, coinvolgendo settori pubblici, privati e volontaristici. Metodi di indagine non invasivi, infatti, sono sempre più usati per comprendere cosa si cela sotto di noi, ma a Claterna, una delle più interessanti realtà archeologiche della regione, si fa qualcosa in più. Da tre anni i Rotary Club di Bologna coordinano un progetto di alternanza scuola-lavoro, grazie al quale le giovani e i giovani studenti realizzano a mano le antiche costruzioni della città romana su quelle originali, rimaste interrate, fruibili in itinere da chi viene in visita in un contesto museale che sa offrire al contempo sia ricostruzioni virtuali o a grandezza naturale, sia lavori in corso di archeologia sperimentale, pratica innovativa che si propone di riprodurre sperimentalmente aspetti del passato, ai fini della ricerca e della valorizzazione.
E così, inaspettatamente, la disciplina dipinta dal sentore comune come magica e fortuita, acquista una nuova dimensione capace di far rivivere, in questo tempo, la Storia Viva.

sabato 9 novembre 2019

Il rifugio incompiuto di Ludovico il Moro: Palazzo Costabili, capolavoro del Rinascimento



Ludovico Maria Sforza, detto il Moro per ragioni mai chiarite, lo voleva a tutti i costi. Divenne duca di Milano nel 1494 e lo sarebbe rimasto per cinque anni, ma la situazione era tutto fuorché stabile. Proprio quell’anno, Carlo VIII di Francia aveva avviato la sua calata in Italia e la preoccupazione era molta, tanto da indurre Ludovico ad affidare parecchio denaro ad Antonio Costabili, suo nobile ambasciatore, commissionandogli la costruzione di un rifugio nell’alleata Ferrara per avere un esilio sicuro, proprio nella città natale della moglie Beatrice e di Alfonso d’Este, marito della nipote Anna.

Fin qui la leggenda, tramandata dallo storico seicentesco Marcantonio Guarini. I conti, però, non tornano. Carte alla mano, sappiamo che il progettista del Palazzo Costabili, detto appunto di Ludovico il Moro, iniziò la costruzione attorno al 1500 ed è improbabile che il duca di Milano, spodestato l’anno prima e fatto prigioniero in Francia, potesse commissionare l’edificio. Ma chi era tale progettista? Anche in questo caso la risposta non è scontata, perché per decenni si è creduto qualcosa di diverso rispetto a oggi. Fino agli anni Venti del Novecento si riteneva, a ragione, che l’autore del complesso fosse stato Biagio Rossetti, l’architetto ducale degli Este e il nume tutelare dell’architettura rinascimentale ferrarese. Da quel momento, tuttavia, a causa dell’elevata qualità dell’opera, l’attribuzione slittò verso Donato Bramante, anch’egli importante artista del Rinascimento, che avrebbe ricevuto una commissione da parte – ancora una volta – del duca di Milano. Trattandosi di un’opera incompiuta, si procedette con un generale e radicale restauro delle rovine del palazzo, naturalmente usando uno stile bramantesco. Documenti ritrovati e studiati in seguito, però, dimostravano di non essere d’accordo, in quanto aggiudicavano, senza alcun dubbio, l’opera al suo legittimo ideatore, Biagio Rossetti, a cui si deve il progetto iniziale. Caratteristica costante delle sue costruzioni è quella delle due finestre accostate, che difatti il Palazzone mostra di avere. Dai dati appresi attraverso ricerche d’archivio, è emerso che il duca Ercole I d’Este si impegnò a concedere un prestito a partire dal 1496 in favore di Antonio Costabili, per l’avvio dei lavori. Restituita l’opera al legittimo autore, la cronistoria del palazzo risulta più chiara. Costabili, nobile ambasciatore estense a Milano durante il ducato di Ludovico il Moro, assegnò a Biagio Rossetti la definizione del progetto di un edificio fra i più prestigiosi, lontano dai nuovi quartieri cittadini, per quando avrebbe fatto ritorno a Ferrara. I lavori vennero dunque avviati nel 1500, ma già tre anni dopo l’architetto fu costretto ad abbandonare il tutto, poiché chiamato per un altro incarico di spessore. Da quel momento la costruzione fu presa in mano da altre persone, ma il palazzo non fu mai completato. Nonostante ciò, all’opera vi furono eccellenti maestranze dell’epoca, dagli scalpellini ai pittori di corte. Ebbe inizio così una serie di passaggi tra le famiglie aristocratiche ferraresi, dalla fine del Sedicesimo secolo, quando i Costabili si estinsero, fino al 1920, anno in cui fu acquistato dallo Stato italiano. Il palazzo, che poteva vantare un bellissimo cortile d’onore mai finito, uno scalone monumentale in marmo con fantasie mai decifrate e affreschi ritenuti veri capolavori del Rinascimento, era ormai in una condizione di grave degrado, determinato anche da modifiche apportate nel corso dei secoli. Nel 1929, a seguito dei primi ritrovamenti nel comacchiese, l’allora Ministero dell’Educazione Nazionale decise di farne un museo e, dopo un restauro, nel 1935 avvenne l’inaugurazione del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, ancora oggi lì ubicato.

Con la consapevolezza moderna, non era però pensabile lasciare i vecchi interventi restaurativi, poco rigorosi da un punto di vista filologico. Così, negli anni Novanta si è proceduto con operazioni in grado di riportare alla situazione iniziale l’intero complesso. E del meraviglioso cortile d’onore, lo storico Burckhardt ebbe a dire: “vale per dieci palazzi, sebbene incompiuto e cadente”.
 

sabato 2 novembre 2019

Il museo Archeologico è il migliore, parola di turista



Il primo museo da visitare a Ferrara, secondo la classifica stilata in tempo reale da turiste e turisti che ogni giorno vengono nella città estense? E’ il museo Archeologico Nazionale, che sorprendentemente si trova al primo posto su TripAdvisor considerando solo i musei, e addirittura al secondo se guardiamo a tutte le attrazioni – in cima, in questo caso, non si trova un particolare monumento, ma l’intero centro storico ferrarese! – . Un segnale notevole, frutto di un lavoro costante e rivolto al futuro.

Dalla sua prima inaugurazione nel 1935, di acqua ne è passata sotto i ponti. Era nato in prima istanza per la conservazione dei reperti rinvenuti nelle campagne di scavo appena concluse, nel rinascimentale Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro. Sin da subito, il cinquecentesco fascino della costruzione, unica nel suo genere per l’architettura e gli affreschi, ben si sposava con gli innumerevoli ritrovamenti dell’antica città di Spina, che finalmente tornava a vivere dopo millenni di oblio. Nel 1970 lo avrebbe atteso un nuovo allestimento, fino alla chiusura negli anni Ottanta per una ristrutturazione del Palazzone, come il popolo soleva chiamarlo. Dal 1997, infine, ha riaperto i battenti, e da allora gli attuali spazi espositivi sono ancora più vasti, con una circoscritta rotazione dei materiali visibili, data la strabiliante mole di oggetti conservati negli archivi. L’integrale fruizione del museo, infatti, è di nuovo possibile dal 2011, quando la realtà digitale dei nuovi media non ha trovato difficoltà nell’incontrare il mondo tangibile di una realtà museale, aumentandone le potenzialità per venire incontro ai diversi possibili pubblici. Alcuni oggetti, per esempio, sono stati scannerizzati in 3D e i loro modelli sono apprezzabili navigando sul sito del museo, insieme con informazioni utili a chi volesse approfondire. Su Google Arts & Culture, inoltre, è possibile procedere con una vera e propria visita, virtuale, all’interno del palazzo, con la tecnologia di Google Street View. Insomma, come avere un ingresso gratuito al museo! Dal piano terra, ricco di testimonianze dell’abitato etrusco, salendo l’imponente e monumentale scalone si arriva direttamente al piano nobile, dove a essere ospitati sono gli antichi resti della necropoli. Ma la proposta espositiva in vigore da otto anni ha aperto, al pianterreno, nuovi spazi sempre più adeguati a far vivere emozioni ed esperienze a chi per la prima volta cammina su quei pavimenti. Innovazione non vuol dire, però, solo tecnologia. Il cambiamento sta nel riuscire a vedere con occhi nuovi ciò che già ci circonda, parafrasando Proust. Ecco perché anche inaugurare una zona relax e concedere a chiunque di poter toccare con mano alcuni reperti, rigorosamente autentici, vuol dire stare al passo con i tempi. La multisensorialità, nel percorso museale, può essere esperita anche in veri e propri laboratori didattici, grazie ai quali, in speciali occasioni, l’innegabile stupore che provoca la storia di Spina può essere ben sperimentato in prima persona da giovani e studenti. E se la curiosità stimolata dal museo sarà troppo incontenibile, il museo stesso vi verrà incontro, aprendo le porte della cospicua biblioteca. Una collezione libraria che negli anni Settanta constava di 1278 volumi, raccolti sin dagli anni Trenta, ma che con il passare dei decenni ha visto incrementare tale numero, fino ad arrivare ai più di novemila volumi attuali. Gioielli da sfogliare che proprio da quest’anno sono finalmente accessibili a chiunque ne abbia il desiderio.

Per trascorrere un’intera giornata con piacere, stuzzicarsi con nuovi stimoli o entrare nella macchina del tempo alla scoperta di un mondo antico, il Museo Archeologico si configura come una soluzione ottimale. Può essere una valida alternativa ai soliti luoghi per tutta la famiglia, grazie ai vari servizi offerti, così come può essere sempre stimolante per le studiose e gli studiosi del settore, grazie al suo essere costantemente in divenire. Mostre, concerti, rievocazioni storiche, convegni, conferenze: il Palazzo Costabili non è una mera vetrina di manufatti sottratti alla custodia della terra, ma è un museo vivo e in cammino che attende di accogliere chi ancora non lo ha incontrato.
 

lunedì 28 ottobre 2019

Giocare con la cultura: “Mamma, papà: portatemi al museo”



I loro sguardi pieni di gioia e ancora avidi di imparare, a fine giornata, ne sono la conferma. Il gioco può essere lo strumento basilare di qualsiasi apprendimento, a scuola come a casa, in oratorio come al museo. Giocare la cultura non vuol dire sminuirla, ma caricarla di significato e senso agli occhi di chi ancora sta crescendo.

Eppure, sono bastate solo due ore, al Gruppo Archeologico Ferrarese, per far respirare il fascino dei reperti superstiti, e l’amore per il nostro passato, alle numerose bambine e bambini giunti apposta con i loro genitori. Domenica 13 ottobre, in tutta Italia, si è svolta F@Mu 2019, la settima edizione della Giornata Nazionale delle Famiglie al Museo. Un evento ideato dal portale InternetKids Art Tourism, che da anni si rivolge alle famiglie di tutto il mondo desiderose di visitare le città d’arte nostrane senza lasciare a casa figlie e figli, ma anche a chi abita in queste città sempre più attente nell’offerta rivolta a piccine e piccini. E’ oggi il più grande e importante momento culturale dedicato alle famiglie nel nostro Paese, e quest’anno il tema è stato ‘C’era una volta al Museo’. Di volta in volta, infatti, ci si concentra su aspetti diversi che possano offrire delle visioni insolite alle ricchezze dei musei. L’arte di raccontare storie è stata vissuta in questa giornata speciale al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, dal titolo ‘Museo, raccontami una storia’. Le sale, riempite di vita e passione, hanno ascoltato i mitici racconti che i preziosi reperti dell’etrusca Spina, chiamata “la greca” per l’abbondanza di gente greca che la rendeva il punto di congiunzione tra Oriente e Occidente, ancora oggi sono in grado di narrarci. Tutta l’Iliade può essere ripercorsa grazie ai vasi attici istoriati dagli abili ceramografi, ma molti altri episodi sono raffigurati su quelle che erano le opere d’arte più eccelse del tempo, custodite dalla terra insieme a coloro che in vita le avevano possedute. Come se ai nostri giorni le persone più fortunate si facessero seppellire con un Michelangelo! Una vicenda in particolare, però, ha catturato l’attenzione delle giovani archeologhe e archeologi: le imprese dell’eroe Teseo contro il terribile Minotauro sono rappresentate sulla coppa attica a figure rosse più grande al mondo, non funzionale alla degustazione di vino, quanto all’esibizione delle proprie possibilità economiche. Una storia ascoltata, immaginata, ma anche giocata al termine della visita. Il Salone delle Carte Geografiche ha fatto da scenografia al divertente laboratorio didattico, dove senza distinzione di età sono stati realizzati piccoli e grandi capolavori sul tema della giornata, raccolti in una apposita cartella personale, consegnata a ogni partecipante, e destinata a contenere i lavori che anche nei prossimi eventi verranno realizzati, per culminare finalmente in una inedita esposizione nello stesso museo. ‘I miti del mio Museo Archeologico’ è la scritta che trionfa sulla copertina, e per le bambine e i bambini che si sono sporcati le mani è un trionfo davvero. Hanno giocato tanto nel loro museo, e si sono pure divertiti.

Di fronte a un tale successo, anche la merenda conclusiva, offerta da Coop Alleanza 3.0 – la più grande cooperativa italiana di consumatrici e consumatori – , è passata in secondo piano. Un po’ d’acqua, qualche biscotto, e poi subito a giocare nella sala interattiva, tra schermi touch screen e telecamere smart!
















mercoledì 23 ottobre 2019

LE NOSTRE RADICI Spina, la sfinge dell’Adriatico



Tre secoli di storia, prima dell’era cristiana, hanno visto fiorire nella nostra Italia un ricco emporio commerciale in grado di connettere sistematicamente i vicini Etruschi e i famosi Greci, senza soluzione di continuità. Una storia talmente importante da relegarne le origini alla mitologia.

Potrebbero essere stati i Pelasgi, i fantastici popoli preellenici e antenati degli Etruschi, a colonizzare la Pianura Padana e dare le fondamenta alla città di Spina. Sarebbero venuti in Italia dalla Tessaglia sotto il re Nanas e, giunti presso la bocca del Po chiamata Spinete, alcuni avrebbero continuato il viaggio verso il centro della penisola per fondare le prime città etrusche, gli altri li avrebbero invece attesi rimanendo a guardia delle navi, dando vita a un nucleo abitativo denominato Spina. Ma secondo altri scrittori, l’onore sarebbe toccato all’eroe Diomede, combattente di Argo, che avrebbe diffuso la civiltà greca nel mare Adriatico dopo la guerra di Troia, sostando di porto in porto e fornendo insegnamenti agli abitanti locali, senza disdegnare la fondazione di città ex novo. E anche se i miti legati a Spina non si fermano qua, le vicende storiche ricostruite con la certezza dei fatti non sono certo meno affascinanti. Grazie all’archeologia, riusciamo a collocare la sua data di nascita nel VI secolo a. C., proprio mentre gli Etruschi stavano colonizzando la pianura per il controllo dei commerci via mare. Una città etrusca, dunque, ma che nel corso della sua esistenza avrebbe visto la compresenza anche di altre popolazioni. L’Etruria si era così ingrandita, fino a congiungere i due mari più vasti d’Italia, il Tirreno e l’Adriatico. E nel secolo successivo, il grande boom: fu questo il momento di maggior sviluppo soprattutto economico e commerciale. Oggi si ritiene che il tutto si basasse sul baratto, poiché mai sono emerse tracce di coniazione monetale. Dalle pregiate ceramiche figurate provenienti dall’Attica – una raccolta, quella del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, che tutto il mondo ci invidia – all’olio e al vino, dagli unguenti e profumi al marmo, fino ai tessuti, cibi e oggetti lussuosi; ogni tipo di prodotti passava da qui, in cambio di quanto più prezioso la nostra terra aveva da offrire: i suoi frutti. Proprio Atene, la città greca di cui abbiamo più notizie in assoluto, era molto legata a Spina, alla ricerca di tutti quei beni la cui mancanza le impediva di essere autosufficiente. Nel mondo ellenico giungevano carni salate – il sale era l’oro bianco dell’antichità – , legname, ambra, materiali, animali ed esseri umani. O quasi, perché gli schiavi non godevano ancora di tale considerazione. E a dimostrare l’estrema centralità del ruolo dell’antica città etrusca, una testimonianza a Delfi, nel santuario panellenico di Apollo, dove soltanto alle realtà più illustri, quasi sempre greche, era concessa la dedica di un Tesoro, ovvero un tempietto votivo che contribuiva alla magnificenza del culto apollineo. Spina era sorprendentemente tra queste, anche se ancora l’identificazione con i resti attuali non è sicura. Un rischio comune, tuttavia, è quello di bloccarsi all’apparenza di resti archeologici immobili e non riuscire a immaginare come vive le culture che li hanno prodotti. Ma la vivacità di Spina è evidente anche oggi: una città multietnica e un centro commerciale che torna a vivere nei vari manufatti di diversa provenienza e con differente destinazione. Una caratteristica, questa, ben visibile pure nel senso del sacro che le donne e gli uomini del luogo mostravano di avere, giunto sino a noi insieme ai corpi incinerati o inumati. Emblematica la pratica dell’obolo per Caronte, frammento di bronzo fuso posto nella mano destra, destinato al mitico traghettatore dei defunti verso il mondo dell’oltretomba.

Il IV secolo fu un periodo difficile per la Grecia e l’Italia, ma Spina resistette con forza e determinazione qualche decennio, dopodiché alla sua esistenza pose fine lo spostamento dei traffici commerciali, dovuto anche allo slittamento della linea di costa, in un momento di convivenza con un’altra popolazione, i Celti. Si chiuse in tal modo un capitolo enigmatico della Storia, che stiamo solo ora riaprendo. Ma la Sfinge, si sa, è custode gelosa.
 

venerdì 11 ottobre 2019

LE NOSTRE RADICI La città nascosta dall’acqua: un giallo millenario in Pianura Padana



L’emozione doveva essere tanta. Quei vasi e quelle anfore, venute inaspettatamente alla luce da un terreno destinato a fornire nutrimento, attendevano da millenni di poter raccontare una storia antica, anche agli operai che per primi se le ritrovarono fra le mani. E che volevano farle parlare.

Già nel Seicento un medico bolognese, Gian Francesco Bonaveri, aveva intuito qualcosa. Secondo le sue osservazioni, i rinvenimenti che si verificavano a Valle Trebba, vicino a Comacchio, dovevano nascondere i resti della città etrusca di Spina, immersi oramai in un ambiente paludoso e lagunare. Ma non era il solo. Dal secolo precedente, infatti, i ritrovamenti venivano attribuiti al periodo etrusco, e l’ipotesi che Spina andasse ricercata tenendo conto dei problemi idrogeologici e dei comportamenti fluttuanti di fiumi e coste era ormai assodata. Tanto che, a fine Ottocento, l’ingegnere Elia Lombardini individuò il “lido etrusco” in una linea di cordoni dunosi passanti anche per Valle Trebba. Un territorio a questo punto circoscritto, dunque, ma a mancare erano ancora prove sicure sulla localizzazione esatta della città, mentre sempre più evidente era la sua centralità nel passato adriatico. Sin dal Medioevo ci si interrogava su questa antica città. Dove si trovava? Perché sembrava scomparsa nel nulla? E se non fosse mai esistita? Eppure, a detta degli antichi greci e romani, sarebbe stata un notevole porto commerciale. Dal IV secolo a. C. al I d. C., le fonti paiono collocarla sempre più distante dalla costa: probabilmente era quest’ultima a essersi spostata, e non la città. A partire dall’Umanesimo, inoltre, furono effettuate diverse ricerche toponomastiche nella zona comacchiese, foriera di denominazioni che mettono in risalto l’abitudine di regolamentare i corsi d’acqua. Ma sarebbe spettata all’archeologia, quasi cento anni fa, la definitiva risoluzione del mistero. Era il 1919 quando, sotto la direzione dell’ingegnere Aldo Mattei, si diede inizio alle attività di bonifica di Valle Trebba, previste in due fasi: la bonifica idraulica e la canalizzazione interna. Solo in seguito si sarebbe proceduto con la bonifica agraria, obiettivo dell’operazione. Già un anno dopo, ecco che il terreno fu dato in concessione a chi versava in condizioni non agiate, e fu proprio da allora che vennero segnalati i primi rinvenimenti, seppur sporadici. Si trattava di “terrecotte e bronzi di magnifica fattura greca”, provenienti da numerose tombe, ma la prima segnalazione ufficiale fu quella del 1922 a opera di Mattei: un operaio di Comacchio aveva casualmente ritrovato un sepolcreto etrusco, con vasi istoriati e frammenti di ceramica. Immediato fu l’avvio di ricerche più sistematiche, grazie alle quali tornarono alla luce migliaia di tombe, con tutte le loro meravigliose ricchezze. Ma ancora una volta nuovi ostacoli si frapponevano tra la curiosità e la scoperta. La prima fase degli scavi, infatti, non fu agevole. Gli archeologi dovettero dimenarsi tra limitazioni imposte dall’agricoltura e la necessità di documentare e preservare le preziose testimonianze. In più, con la seconda fase dei lavori le indagini diventarono più intense e sistematiche, sotto la direzione del nuovo soprintendente Salvatore Aurigemma, ma il continuo affioramento di acque e i frequenti smottamenti del terreno corredavano di imprevisti le varie operazioni, finché non vennero con fatica scavati, a mano, pozzi artificiali e canali di scolo, dove l’acqua era incanalata con pale di legno. Addirittura non era insolito dover letteralmente pescare gli oggetti infilando le mani nel fango. Finalmente nel 1926 ci si dotò di una pompa a motore e negli anni seguenti furono costruiti gli edifici per gli agricoltori, per concludere il tutto nel 1935, con la lungimirante iniziativa che permise la fondazione del Museo Archeologico di Ferrara, che oggi come allora custodisce, studia e valorizza con attenzione il ricco tesoro.

Quella rinvenuta era la necropoli settentrionale, ma le successive campagne fecero riemergere anche l’area meridionale, con la bonifica di Valle Pega tra il 1953 e il 1956, e l’abitato, nella Valle del Mezzano, tra il 1957 e il 1964. Gli studi, però, non si sono mai fermati, perché la scoperta della città di Spina era solo il primo tassello di una storia ancora tutta da scrivere.

martedì 1 ottobre 2019

Si scrive Giardino degli Dèi, si legge Miniera di Racconti: alla (ri)scoperta di Ferrara



Demetra, Ade, Zefiro… Tra tutti i personaggi della mitologia greca, evocati dalle e dagli studenti del Liceo Scientifico Antonio Roiti, è stato forse Zeus, il padrone del tempo, il più velatamente presente, con la sua leggera e rinfrescante pioggia mattutina. Anche quest’anno, le Giornate Europee del Patrimonio la nostra città non se le è lasciate sfuggire. Si tratta di un appuntamento ormai fisso nel panorama del continente, che consente a milioni di persone di ammirare per la prima volta monumenti spesso non accessibili. Il tema scelto per l’edizione 2019 è ‘Un due tre… Arte! Cultura e intrattenimento’, con un obiettivo ambizioso: riflettere sul benessere che deriva dall’esperienza culturale e sui benefici che la fruizione del patrimonio può determinare. In particolare, il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara ha arricchito la propria offerta partecipando alla rassegna regionale ‘Vivi il Verde’, che da anni mira a far vivere alle e ai cittadini emiliano-romagnoli la natura in ogni sua declinazione. Il sottotitolo, ‘Intelligenza della natura e progetto umano’, è tutto un programma: partire dall’idea classica di giardino, artificio umano, per arrivare a immaginare nuove modalità di alleanza tra la nostra specie e il resto dell’ambiente.



Come non approfittare dell’occasione per vivere in una veste nuova il giardino neorinascimentale di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro? Grazie alla guida della classe 5N e delle docenti Francesca Bianchini ed Elena Cavalieri D’Oro, le piante coltivate e gli intricati percorsi del labirinto non avranno più, d’ora in poi, così tanti segreti. Nonostante l’inclemenza meteorologica, le visitatrici e i visitatori, domenica 22 settembre, hanno con interesse seguito i piacevoli racconti legati alla moderna botanica e alle antiche leggende. L’evento, deliziato da un collaterale buffet, era parte del progetto scolastico ‘Muse Inquietanti’, portato avanti anche tra le sale del museo in qualità di alternanza scuola-lavoro, che negli ultimi tempi ha fornito il giardino di nuovi apparati fissi, dai quali è possibile apprendere molte informazioni su ciò che un occhio inesperto potrebbe non riconoscere.


Ma se si parla di questa ricchezza novecentesca, certamente il Garden Club Ferrara non può esserne del tutto estraneo. L’associazione ha infatti partecipato alle varie fasi del progetto, in virtù del forte legame che da sempre la unisce a tale luogo. La presidente Gianna Borghesani non ha avuto remore nel ricordare come proprio le volontarie e i volontari associati, a fine secolo, furono i grandi protagonisti del recupero di ciò che allora era semplicemente un accumulo di erbacce, che aveva addirittura nascosto del tutto il celebre labirinto.

Le ragazze e i ragazzi non erano tuttavia soli nell’allietare il curioso pubblico, poiché il Club Amici dell’Arte aveva, già dal giorno prima, allestito una mostra temporanea di proprie opere pittoriche, grafiche e fotografiche, all’interno della magnifica Sala del Tesoro e lungo il porticato, dando così voce al proprio scopo di promozione dell’arte e della cultura.

Eppure, è proprio il caso di dirlo, non è tutto rose e viole, come ha voluto sottolineare un’arguta lettura del labirinto fornita da una liceale. Se un tempo l’essere umano era chiamato a scegliere la strada con le proprie forze, nell’era di Internet nessun dedalo è più affrontabile con il solo aiuto del proprio ingegno.

martedì 26 marzo 2019

Il dibattito su Palazzo Diamanti continua. Monumenti si diventa



Un concorso internazionale di architettura, riconosciuto ufficialmente, e un diniego del Ministero per i beni e le attività culturali, altrettanto ufficiale, per la sua concreta e legittima realizzazione. Teatro della recente vicenda è Ferrara, comparsa nel dibattito nazionale per l’eclatante e pericoloso precedente creato, seppur non sia la prima volta. Un pericolo così tanto percepito, nella sua gravità, da aver condotto, lo scorso venerdì, alla proiezione in contemporanea, in tutta Italia, di un breve filmato esplicativo di un concetto molto semplice: ‘L’architettura rinnova le città nel tempo’. L’iniziativa, intraprendente e coraggiosa, è stata promossa dall’Ordine degli architetti pianificatori, paesaggisti e conservatori della nostra Provincia, con l’obiettivo di sensibilizzare la società tutta sulla cruciale funzione che l’architettura svolge, e ha sempre svolto, nella continua creazione e ri-creazione delle città.






I concorsi di architettura sono da sempre lo strumento che permette ai progetti vincitori di migliorare zone precise dei luoghi che abitiamo: l’impedimento della loro realizzazione, addirittura a posteriori, non solo vanifica tutto il lavoro svolto dalle professionalità coinvolte, ma contemporaneamente rende inutile lo strumento stesso del concorso, togliendo a quella porzione di città la possibilità di nascere o rinnovarsi. Il Palazzo dei Diamanti, sede di continue mostre ed eventi culturali, non sarà ampliato. A nulla è valsa la vittoria di un concorso internazionale, strumento forse non sempre perfetto, ma garante di qualità e imparzialità nell’affidamento degli incarichi di progettazione. Forse che le città italiane, ricche della loro innegabile bellezza, sono rimaste sempre uguali a se stesse, e sono quel che vediamo oggi da sempre? Il progetto non prevedeva certo l’abbattimento del palazzo, ma un suo utile e sentito ampliamento, nel rispetto di un’architettura storica caratteristica di Ferrara. Il passato e il presente – la Storia ce lo insegna – sono sempre riusciti a trovare forme di dialogo, rendendo le città vive e vissute, non già semplici musei intoccabili a cielo aperto. Si tratta di un’occasione perduta per tutte e tutti noi, noi che non siamo riusciti e forse non potevamo evitarlo. E’ evidente, senza dubbio alcuno, la presenza di un vuoto irrisolto nella situazione italiana: non perseveriamo nella convinzione secondo cui tutelare il notevole patrimonio, che ci troviamo ad avere in eredità, equivalga a bloccare l’innovazione nel presente. Proprio questa, infatti, ha generato le meraviglie che tanto ci fanno vantare. Se soffochiamo il genio insito nel nostro dna, annulliamo il valore aggiunto che la nostra fantasia ha regalato al mondo intero: proviamo a togliere da una giornata-tipo le invenzioni da noi partorite e quasi tutto scomparirebbe inesorabilmente.

Quelli che oggi consideriamo monumenti, un tempo non erano altro che nuove visioni e innovazioni, a volte anche folli e fino a prima impensabili. Senza il geniale architetto Imhotep, l’Egitto non avrebbe mai conosciuto le piramidi che oggi lo identificano in tutto il mondo. Senza la maestria artistica di Fidia, dimentichiamoci il celebre Partenone, icona meritata di Atene. E senza il fantasioso Eiffel, addio alla semplice e complessa torre che ha rischiato di essere smontata. No, i monumenti che oggi conosciamo non sono sempre stati tali. L’architettura rinnova le città nel tempo.

lunedì 8 ottobre 2018

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018 La ricerca della felicità



Di storie personali e professionali deve averne sentite tante Pietro Del Soldà, filosofo e conduttore della trasmissione ‘Tutta la città ne parla’, in onda su Rai Radio 3. Le telefonate di chi lo segue lo riempiono di racconti di vita e di sfoghi sinceri; qualcuno ha voluto riportarlo domenica 7 ottobre a Palazzo Roverella, durante l’incontro ‘Non solo di cose d’amore’, dal titolo della sua nuova fatica letteraria. A intervistare e intrattenere l’autore, con efficaci sketch teatrali, le ragazze e i ragazzi del Liceo Ariosto di Ferrara, applauditi dal folto pubblico del Festival di Internazionale.

La ricerca della felicità. Una fatica atavica dell’essere umano, che nel libro viene indagata seguendo tre filoni: l’io interiore, l’io nella società e la felicità stessa. Guida in questa indagine: il grande Socrate. “La figura di Socrate, pur appartenendo a 2500 anni fa, epoca in cui la scrittura era ancora per pochi, è capace di risvegliare chiunque la approcci, in qualsiasi contesto, dunque anche noi che viviamo nell’oggi”. Contrariamente ai sofisti, “venditori del sapere”, Socrate personalizzava l’insegnamento che forniva ai suoi discepoli, valorizzando l’individualità di ciascuno, poiché ciò che si apprende ha a che fare con le peculiarità del singolo. Vedeva nella maggior parte delle persone una sorta di muro interiore, cioè una separazione tra ciò che si è realmente e ciò che si mostra all’esterno.
Diversamente predicavano i sofisti, suoi nemici: il loro sapere era nozionistico, uguale per tutti, perché tutti potessero raggiungere l’obiettivo della vita, la felicità. Una felicità particolare, però, poiché non differenziata, considerata come superiorità sugli altri, rimasti ancora indietro nella gara della vita, una gara a chi apprende prima il maggior numero possibile di nozioni. Ma Socrate andava oltre, nei dialoghi di Platone. “Non solo le persone possono avere una scissione interiore che impedisce loro di riuscire a realizzarsi ed esprimersi totalmente, ma ogni qualvolta degli individui infelici si mettono insieme per formare una comunità, questa necessariamente presenterà una scissione al suo interno, visibile nella separazione tra chi ha il potere di governare e chi no”.

Viviamo oggi il “paradosso della solitudine”: la piaga di una realtà dominata dalla possibilità di relazionarsi con chiunque è proprio la solitudine, definita dal Governo britannico perfino “piaga nazionale”, probabilmente dovuta alla disgregazione di tessuti connettivi molto forti in passato, come la famiglia, e alla non capacità o volontà di relazionarci con il prossimo interamente, in maniera trasparente, non scissa appunto. Individui infelici costruiscono una comunità infelice, ma non nel senso che intendiamo noi. Socrate chiamava felicità la pienezza di sé in ogni gesto: basta essere sé stessi per conquistarla . E qualsiasi azione, che mai avviene nell’isolamento e prescinde dalle differenze tra le persone, è sempre condizionata da una tensione verso di essa, ovvero da Eros, Amore. Tutto è Amore.
“Ritenere che la filosofia antica contenga le soluzioni per il mondo contemporaneo è una moda editoriale degli ultimi tempi, ma in realtà quello che può fare è attivare dentro di noi delle riflessioni che altrimenti ci sarebbero sfuggite”. Socrate lo dimostra: nel suo pensiero sembra prendere forma la società attuale, molto diversa e neppure ipotizzabile ai tempi dell’antica Grecia.

domenica 7 ottobre 2018

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018 I briganti si uccidono, i mafiosi si usano



Sono parole molto dure quelle pronunciate da Enzo Ciconte, studioso, scrittore e docente, autore del monumentale volume ‘La grande mattanza: Storia della guerra al brigantaggio’, edito da Laterza. Intervistato da Giuseppe Rizzo sabato 6 ottobre alla Biblioteca Ariostea, lo storico controcorrente ha approfittato del Festival di Internazionale per porre le basi di una questione imponente che non si potrà ignorare ancora per molto.
Il fenomeno del brigantaggio sembra una semplice querelle storiografica, poco più di una curiosità intellettualistica, in ogni caso ormai superata. Ma nonostante il banditismo identificabile come brigantaggio risalga almeno al Rinascimento, e non sia solamente ascrivibile alle vicende risorgimentali, in realtà molti nodi che ha intrecciato nella sua lunga esistenza sono riscontrabili e ben visibili ancora oggi, se non addirittura fin troppo presenti e troppo potenti.
Il lavoro di Ciconte, a cavallo tra inchiesta giornalistica e storiografia, ricostruisce una sorta di controstoria, perché molto spesso di quegli anni si è parlato poco e a volte anche male. “Non erano comuni criminali, né militanti politici pronti a difendere il proprio governo e la propria patria: il brigantaggio vero, infatti, era un fenomeno sociale, legato alla terra occupata dagli invasori, chiunque essi fossero”. I francesi a inizio Ottocento, i Borbone dopo il Congresso di Vienna, la borghesia a metà secolo, i piemontesi durante il Risorgimento: il bisogno della povera gente è stato sempre quello di sfamarsi, tanto è vero che solo nell’entroterra e lungo i fiumi il fenomeno veniva registrato, mentre sulle coste, dove non c’erano problemi legati a possedimenti terrieri, mai nulla.

Ciò che si visse nel diciannovesimo secolo era “una vera e propria lotta di classe”, tra contadini da una parte e proprietari invasori dall’altra, con in mezzo la borghesia che reclamava un proprio posto nella società, possibilmente in alternativa alla vecchia aristocrazia, che invece le classi povere rispettavano, in quanto secolare e riconosciuta. Né tantomeno il brigantaggio fu una manifestazione soltanto italiana; la nostra peculiarità, rispetto al resto del continente, fu semmai “la tarda unificazione”, che di conseguenza fece slittare in avanti il problema e la sua soluzione. I libri di scuola ci indicano come termine il 1870, ma la questione è più complicata. Difatti, dopo innumerevoli tentativi di risolvere la difficoltà con il terrore e le armi, fu “solamente con la legge di riforma agraria del 1950” che si riuscì infine a eliminare il gravoso problema. La sconfitta fu efficace perché avvenne sul piano politico: in pratica, venne data finalmente la terra ai contadini. Fino ad allora, tuttavia, quanta violenza fu utilizzata per contrastare il brigantaggio. E non si trattava di settentrionali contro meridionali, poiché la borghesia del regno siciliano era complice. “L’esercito scendeva in campo solo contro i briganti, però. L’altra faccia della medaglia, le organizzazioni criminali quali la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta, venivano lasciate tranquille, dato che proteggevano le proprietà terriere e venivano usate dal potere in caso di bisogno. Ne paghiamo ancora oggi le conseguenze”.
Non erano eroi romantici o criminali feroci, ma uomini derubati in cerca di lavoro per non patire la fame. Furono vittime di contesti sociali difficili e precari. Da noi non può che scaturire rispetto e desiderio di verità per un passato ancora presente.