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mercoledì 13 novembre 2019

Claterna, sulla Via Emilia una città romana da ricostruire



Fermate la prima persona che vi capita per strada e chiedetele di dirvi cosa le viene in mente sentendo la parola “archeologia”. Ripetere l’esperimento probabilmente sarà inutile, perché non vi discosterete dall’immaginario collettivo: “archeologia” equivale a dire scavi faraonici, oggetti preziosi e avventure alla Indiana Jones.

Non con tutti i torti, ma la conferenza dal titolo ‘Claterna: un centro urbano sulla via Aemilia’, tenutasi lo scorso 8 novembre al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, ha dimostrato che è molto di più. L’evento si è inscritto nella cornice della Festa internazionale della Storia, manifestazione che ogni anno trasforma il capoluogo emiliano-romagnolo nella capitale mondiale della Storia, portando alla conoscenza della sua millenaria vicenda attraverso strumenti e occasioni da vivere in Italia, ma anche dall’altra parte dell’oceano. Un festival di così notevole successo da renderlo a oggi la più grande kermesse del genere in Europa. L’edizione 2019, ‘Viva la Storia Viva. La Storia è il faro dell’Umanità’, sta in queste settimane ponendo in questione la vitalità della Storia, fatta di donne e uomini che senza volerlo hanno costruito con dignità quello schienale cui oggi ci poggiamo per guardare al futuro. Il nostro Museo Archeologico, insieme con il Museo della civiltà Villanoviana di Villanova di Castenaso, si è quest’anno inserito nei festeggiamenti – perché di festa si tratta! – proponendo il ciclo di conferenze ‘Villaggi, città, castelli: la Storia prende vita’. La generale atmosfera di attualità del passato, che i due musei hanno in tal modo deciso di vestire, ha certo impedito che un’antica città come quella di Claterna non venisse presentata al pubblico appassionato. I muri di Palazzo Costabili, cui Claterna è legata per il tramite del soprintendente Salvatore Aurigemma, hanno ammirato le sue bellezze e ascoltato i suoi avvenimenti per la prima volta in questa occasione. Renata Curina – della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara – , Maurizio Molinari – dell’Associazione ‘Centro Studi Claterna’ – e Claudio Negrelli – dell’Università Ca’ Foscari di Venezia – si sono avvicendati nel fornire non solo informazioni sul sito, ma soprattutto sulle modalità con cui l’archeologia ha accarezzato Claterna, evitando scavi e manutenzioni troppo dispendiose, e l’ha abbracciata, coinvolgendo settori pubblici, privati e volontaristici. Metodi di indagine non invasivi, infatti, sono sempre più usati per comprendere cosa si cela sotto di noi, ma a Claterna, una delle più interessanti realtà archeologiche della regione, si fa qualcosa in più. Da tre anni i Rotary Club di Bologna coordinano un progetto di alternanza scuola-lavoro, grazie al quale le giovani e i giovani studenti realizzano a mano le antiche costruzioni della città romana su quelle originali, rimaste interrate, fruibili in itinere da chi viene in visita in un contesto museale che sa offrire al contempo sia ricostruzioni virtuali o a grandezza naturale, sia lavori in corso di archeologia sperimentale, pratica innovativa che si propone di riprodurre sperimentalmente aspetti del passato, ai fini della ricerca e della valorizzazione.
E così, inaspettatamente, la disciplina dipinta dal sentore comune come magica e fortuita, acquista una nuova dimensione capace di far rivivere, in questo tempo, la Storia Viva.

sabato 9 novembre 2019

Il rifugio incompiuto di Ludovico il Moro: Palazzo Costabili, capolavoro del Rinascimento



Ludovico Maria Sforza, detto il Moro per ragioni mai chiarite, lo voleva a tutti i costi. Divenne duca di Milano nel 1494 e lo sarebbe rimasto per cinque anni, ma la situazione era tutto fuorché stabile. Proprio quell’anno, Carlo VIII di Francia aveva avviato la sua calata in Italia e la preoccupazione era molta, tanto da indurre Ludovico ad affidare parecchio denaro ad Antonio Costabili, suo nobile ambasciatore, commissionandogli la costruzione di un rifugio nell’alleata Ferrara per avere un esilio sicuro, proprio nella città natale della moglie Beatrice e di Alfonso d’Este, marito della nipote Anna.

Fin qui la leggenda, tramandata dallo storico seicentesco Marcantonio Guarini. I conti, però, non tornano. Carte alla mano, sappiamo che il progettista del Palazzo Costabili, detto appunto di Ludovico il Moro, iniziò la costruzione attorno al 1500 ed è improbabile che il duca di Milano, spodestato l’anno prima e fatto prigioniero in Francia, potesse commissionare l’edificio. Ma chi era tale progettista? Anche in questo caso la risposta non è scontata, perché per decenni si è creduto qualcosa di diverso rispetto a oggi. Fino agli anni Venti del Novecento si riteneva, a ragione, che l’autore del complesso fosse stato Biagio Rossetti, l’architetto ducale degli Este e il nume tutelare dell’architettura rinascimentale ferrarese. Da quel momento, tuttavia, a causa dell’elevata qualità dell’opera, l’attribuzione slittò verso Donato Bramante, anch’egli importante artista del Rinascimento, che avrebbe ricevuto una commissione da parte – ancora una volta – del duca di Milano. Trattandosi di un’opera incompiuta, si procedette con un generale e radicale restauro delle rovine del palazzo, naturalmente usando uno stile bramantesco. Documenti ritrovati e studiati in seguito, però, dimostravano di non essere d’accordo, in quanto aggiudicavano, senza alcun dubbio, l’opera al suo legittimo ideatore, Biagio Rossetti, a cui si deve il progetto iniziale. Caratteristica costante delle sue costruzioni è quella delle due finestre accostate, che difatti il Palazzone mostra di avere. Dai dati appresi attraverso ricerche d’archivio, è emerso che il duca Ercole I d’Este si impegnò a concedere un prestito a partire dal 1496 in favore di Antonio Costabili, per l’avvio dei lavori. Restituita l’opera al legittimo autore, la cronistoria del palazzo risulta più chiara. Costabili, nobile ambasciatore estense a Milano durante il ducato di Ludovico il Moro, assegnò a Biagio Rossetti la definizione del progetto di un edificio fra i più prestigiosi, lontano dai nuovi quartieri cittadini, per quando avrebbe fatto ritorno a Ferrara. I lavori vennero dunque avviati nel 1500, ma già tre anni dopo l’architetto fu costretto ad abbandonare il tutto, poiché chiamato per un altro incarico di spessore. Da quel momento la costruzione fu presa in mano da altre persone, ma il palazzo non fu mai completato. Nonostante ciò, all’opera vi furono eccellenti maestranze dell’epoca, dagli scalpellini ai pittori di corte. Ebbe inizio così una serie di passaggi tra le famiglie aristocratiche ferraresi, dalla fine del Sedicesimo secolo, quando i Costabili si estinsero, fino al 1920, anno in cui fu acquistato dallo Stato italiano. Il palazzo, che poteva vantare un bellissimo cortile d’onore mai finito, uno scalone monumentale in marmo con fantasie mai decifrate e affreschi ritenuti veri capolavori del Rinascimento, era ormai in una condizione di grave degrado, determinato anche da modifiche apportate nel corso dei secoli. Nel 1929, a seguito dei primi ritrovamenti nel comacchiese, l’allora Ministero dell’Educazione Nazionale decise di farne un museo e, dopo un restauro, nel 1935 avvenne l’inaugurazione del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, ancora oggi lì ubicato.

Con la consapevolezza moderna, non era però pensabile lasciare i vecchi interventi restaurativi, poco rigorosi da un punto di vista filologico. Così, negli anni Novanta si è proceduto con operazioni in grado di riportare alla situazione iniziale l’intero complesso. E del meraviglioso cortile d’onore, lo storico Burckhardt ebbe a dire: “vale per dieci palazzi, sebbene incompiuto e cadente”.
 

sabato 2 novembre 2019

Il museo Archeologico è il migliore, parola di turista



Il primo museo da visitare a Ferrara, secondo la classifica stilata in tempo reale da turiste e turisti che ogni giorno vengono nella città estense? E’ il museo Archeologico Nazionale, che sorprendentemente si trova al primo posto su TripAdvisor considerando solo i musei, e addirittura al secondo se guardiamo a tutte le attrazioni – in cima, in questo caso, non si trova un particolare monumento, ma l’intero centro storico ferrarese! – . Un segnale notevole, frutto di un lavoro costante e rivolto al futuro.

Dalla sua prima inaugurazione nel 1935, di acqua ne è passata sotto i ponti. Era nato in prima istanza per la conservazione dei reperti rinvenuti nelle campagne di scavo appena concluse, nel rinascimentale Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro. Sin da subito, il cinquecentesco fascino della costruzione, unica nel suo genere per l’architettura e gli affreschi, ben si sposava con gli innumerevoli ritrovamenti dell’antica città di Spina, che finalmente tornava a vivere dopo millenni di oblio. Nel 1970 lo avrebbe atteso un nuovo allestimento, fino alla chiusura negli anni Ottanta per una ristrutturazione del Palazzone, come il popolo soleva chiamarlo. Dal 1997, infine, ha riaperto i battenti, e da allora gli attuali spazi espositivi sono ancora più vasti, con una circoscritta rotazione dei materiali visibili, data la strabiliante mole di oggetti conservati negli archivi. L’integrale fruizione del museo, infatti, è di nuovo possibile dal 2011, quando la realtà digitale dei nuovi media non ha trovato difficoltà nell’incontrare il mondo tangibile di una realtà museale, aumentandone le potenzialità per venire incontro ai diversi possibili pubblici. Alcuni oggetti, per esempio, sono stati scannerizzati in 3D e i loro modelli sono apprezzabili navigando sul sito del museo, insieme con informazioni utili a chi volesse approfondire. Su Google Arts & Culture, inoltre, è possibile procedere con una vera e propria visita, virtuale, all’interno del palazzo, con la tecnologia di Google Street View. Insomma, come avere un ingresso gratuito al museo! Dal piano terra, ricco di testimonianze dell’abitato etrusco, salendo l’imponente e monumentale scalone si arriva direttamente al piano nobile, dove a essere ospitati sono gli antichi resti della necropoli. Ma la proposta espositiva in vigore da otto anni ha aperto, al pianterreno, nuovi spazi sempre più adeguati a far vivere emozioni ed esperienze a chi per la prima volta cammina su quei pavimenti. Innovazione non vuol dire, però, solo tecnologia. Il cambiamento sta nel riuscire a vedere con occhi nuovi ciò che già ci circonda, parafrasando Proust. Ecco perché anche inaugurare una zona relax e concedere a chiunque di poter toccare con mano alcuni reperti, rigorosamente autentici, vuol dire stare al passo con i tempi. La multisensorialità, nel percorso museale, può essere esperita anche in veri e propri laboratori didattici, grazie ai quali, in speciali occasioni, l’innegabile stupore che provoca la storia di Spina può essere ben sperimentato in prima persona da giovani e studenti. E se la curiosità stimolata dal museo sarà troppo incontenibile, il museo stesso vi verrà incontro, aprendo le porte della cospicua biblioteca. Una collezione libraria che negli anni Settanta constava di 1278 volumi, raccolti sin dagli anni Trenta, ma che con il passare dei decenni ha visto incrementare tale numero, fino ad arrivare ai più di novemila volumi attuali. Gioielli da sfogliare che proprio da quest’anno sono finalmente accessibili a chiunque ne abbia il desiderio.

Per trascorrere un’intera giornata con piacere, stuzzicarsi con nuovi stimoli o entrare nella macchina del tempo alla scoperta di un mondo antico, il Museo Archeologico si configura come una soluzione ottimale. Può essere una valida alternativa ai soliti luoghi per tutta la famiglia, grazie ai vari servizi offerti, così come può essere sempre stimolante per le studiose e gli studiosi del settore, grazie al suo essere costantemente in divenire. Mostre, concerti, rievocazioni storiche, convegni, conferenze: il Palazzo Costabili non è una mera vetrina di manufatti sottratti alla custodia della terra, ma è un museo vivo e in cammino che attende di accogliere chi ancora non lo ha incontrato.
 

lunedì 28 ottobre 2019

Giocare con la cultura: “Mamma, papà: portatemi al museo”



I loro sguardi pieni di gioia e ancora avidi di imparare, a fine giornata, ne sono la conferma. Il gioco può essere lo strumento basilare di qualsiasi apprendimento, a scuola come a casa, in oratorio come al museo. Giocare la cultura non vuol dire sminuirla, ma caricarla di significato e senso agli occhi di chi ancora sta crescendo.

Eppure, sono bastate solo due ore, al Gruppo Archeologico Ferrarese, per far respirare il fascino dei reperti superstiti, e l’amore per il nostro passato, alle numerose bambine e bambini giunti apposta con i loro genitori. Domenica 13 ottobre, in tutta Italia, si è svolta F@Mu 2019, la settima edizione della Giornata Nazionale delle Famiglie al Museo. Un evento ideato dal portale InternetKids Art Tourism, che da anni si rivolge alle famiglie di tutto il mondo desiderose di visitare le città d’arte nostrane senza lasciare a casa figlie e figli, ma anche a chi abita in queste città sempre più attente nell’offerta rivolta a piccine e piccini. E’ oggi il più grande e importante momento culturale dedicato alle famiglie nel nostro Paese, e quest’anno il tema è stato ‘C’era una volta al Museo’. Di volta in volta, infatti, ci si concentra su aspetti diversi che possano offrire delle visioni insolite alle ricchezze dei musei. L’arte di raccontare storie è stata vissuta in questa giornata speciale al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, dal titolo ‘Museo, raccontami una storia’. Le sale, riempite di vita e passione, hanno ascoltato i mitici racconti che i preziosi reperti dell’etrusca Spina, chiamata “la greca” per l’abbondanza di gente greca che la rendeva il punto di congiunzione tra Oriente e Occidente, ancora oggi sono in grado di narrarci. Tutta l’Iliade può essere ripercorsa grazie ai vasi attici istoriati dagli abili ceramografi, ma molti altri episodi sono raffigurati su quelle che erano le opere d’arte più eccelse del tempo, custodite dalla terra insieme a coloro che in vita le avevano possedute. Come se ai nostri giorni le persone più fortunate si facessero seppellire con un Michelangelo! Una vicenda in particolare, però, ha catturato l’attenzione delle giovani archeologhe e archeologi: le imprese dell’eroe Teseo contro il terribile Minotauro sono rappresentate sulla coppa attica a figure rosse più grande al mondo, non funzionale alla degustazione di vino, quanto all’esibizione delle proprie possibilità economiche. Una storia ascoltata, immaginata, ma anche giocata al termine della visita. Il Salone delle Carte Geografiche ha fatto da scenografia al divertente laboratorio didattico, dove senza distinzione di età sono stati realizzati piccoli e grandi capolavori sul tema della giornata, raccolti in una apposita cartella personale, consegnata a ogni partecipante, e destinata a contenere i lavori che anche nei prossimi eventi verranno realizzati, per culminare finalmente in una inedita esposizione nello stesso museo. ‘I miti del mio Museo Archeologico’ è la scritta che trionfa sulla copertina, e per le bambine e i bambini che si sono sporcati le mani è un trionfo davvero. Hanno giocato tanto nel loro museo, e si sono pure divertiti.

Di fronte a un tale successo, anche la merenda conclusiva, offerta da Coop Alleanza 3.0 – la più grande cooperativa italiana di consumatrici e consumatori – , è passata in secondo piano. Un po’ d’acqua, qualche biscotto, e poi subito a giocare nella sala interattiva, tra schermi touch screen e telecamere smart!
















mercoledì 23 ottobre 2019

LE NOSTRE RADICI Spina, la sfinge dell’Adriatico



Tre secoli di storia, prima dell’era cristiana, hanno visto fiorire nella nostra Italia un ricco emporio commerciale in grado di connettere sistematicamente i vicini Etruschi e i famosi Greci, senza soluzione di continuità. Una storia talmente importante da relegarne le origini alla mitologia.

Potrebbero essere stati i Pelasgi, i fantastici popoli preellenici e antenati degli Etruschi, a colonizzare la Pianura Padana e dare le fondamenta alla città di Spina. Sarebbero venuti in Italia dalla Tessaglia sotto il re Nanas e, giunti presso la bocca del Po chiamata Spinete, alcuni avrebbero continuato il viaggio verso il centro della penisola per fondare le prime città etrusche, gli altri li avrebbero invece attesi rimanendo a guardia delle navi, dando vita a un nucleo abitativo denominato Spina. Ma secondo altri scrittori, l’onore sarebbe toccato all’eroe Diomede, combattente di Argo, che avrebbe diffuso la civiltà greca nel mare Adriatico dopo la guerra di Troia, sostando di porto in porto e fornendo insegnamenti agli abitanti locali, senza disdegnare la fondazione di città ex novo. E anche se i miti legati a Spina non si fermano qua, le vicende storiche ricostruite con la certezza dei fatti non sono certo meno affascinanti. Grazie all’archeologia, riusciamo a collocare la sua data di nascita nel VI secolo a. C., proprio mentre gli Etruschi stavano colonizzando la pianura per il controllo dei commerci via mare. Una città etrusca, dunque, ma che nel corso della sua esistenza avrebbe visto la compresenza anche di altre popolazioni. L’Etruria si era così ingrandita, fino a congiungere i due mari più vasti d’Italia, il Tirreno e l’Adriatico. E nel secolo successivo, il grande boom: fu questo il momento di maggior sviluppo soprattutto economico e commerciale. Oggi si ritiene che il tutto si basasse sul baratto, poiché mai sono emerse tracce di coniazione monetale. Dalle pregiate ceramiche figurate provenienti dall’Attica – una raccolta, quella del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, che tutto il mondo ci invidia – all’olio e al vino, dagli unguenti e profumi al marmo, fino ai tessuti, cibi e oggetti lussuosi; ogni tipo di prodotti passava da qui, in cambio di quanto più prezioso la nostra terra aveva da offrire: i suoi frutti. Proprio Atene, la città greca di cui abbiamo più notizie in assoluto, era molto legata a Spina, alla ricerca di tutti quei beni la cui mancanza le impediva di essere autosufficiente. Nel mondo ellenico giungevano carni salate – il sale era l’oro bianco dell’antichità – , legname, ambra, materiali, animali ed esseri umani. O quasi, perché gli schiavi non godevano ancora di tale considerazione. E a dimostrare l’estrema centralità del ruolo dell’antica città etrusca, una testimonianza a Delfi, nel santuario panellenico di Apollo, dove soltanto alle realtà più illustri, quasi sempre greche, era concessa la dedica di un Tesoro, ovvero un tempietto votivo che contribuiva alla magnificenza del culto apollineo. Spina era sorprendentemente tra queste, anche se ancora l’identificazione con i resti attuali non è sicura. Un rischio comune, tuttavia, è quello di bloccarsi all’apparenza di resti archeologici immobili e non riuscire a immaginare come vive le culture che li hanno prodotti. Ma la vivacità di Spina è evidente anche oggi: una città multietnica e un centro commerciale che torna a vivere nei vari manufatti di diversa provenienza e con differente destinazione. Una caratteristica, questa, ben visibile pure nel senso del sacro che le donne e gli uomini del luogo mostravano di avere, giunto sino a noi insieme ai corpi incinerati o inumati. Emblematica la pratica dell’obolo per Caronte, frammento di bronzo fuso posto nella mano destra, destinato al mitico traghettatore dei defunti verso il mondo dell’oltretomba.

Il IV secolo fu un periodo difficile per la Grecia e l’Italia, ma Spina resistette con forza e determinazione qualche decennio, dopodiché alla sua esistenza pose fine lo spostamento dei traffici commerciali, dovuto anche allo slittamento della linea di costa, in un momento di convivenza con un’altra popolazione, i Celti. Si chiuse in tal modo un capitolo enigmatico della Storia, che stiamo solo ora riaprendo. Ma la Sfinge, si sa, è custode gelosa.
 

venerdì 11 ottobre 2019

LE NOSTRE RADICI La città nascosta dall’acqua: un giallo millenario in Pianura Padana



L’emozione doveva essere tanta. Quei vasi e quelle anfore, venute inaspettatamente alla luce da un terreno destinato a fornire nutrimento, attendevano da millenni di poter raccontare una storia antica, anche agli operai che per primi se le ritrovarono fra le mani. E che volevano farle parlare.

Già nel Seicento un medico bolognese, Gian Francesco Bonaveri, aveva intuito qualcosa. Secondo le sue osservazioni, i rinvenimenti che si verificavano a Valle Trebba, vicino a Comacchio, dovevano nascondere i resti della città etrusca di Spina, immersi oramai in un ambiente paludoso e lagunare. Ma non era il solo. Dal secolo precedente, infatti, i ritrovamenti venivano attribuiti al periodo etrusco, e l’ipotesi che Spina andasse ricercata tenendo conto dei problemi idrogeologici e dei comportamenti fluttuanti di fiumi e coste era ormai assodata. Tanto che, a fine Ottocento, l’ingegnere Elia Lombardini individuò il “lido etrusco” in una linea di cordoni dunosi passanti anche per Valle Trebba. Un territorio a questo punto circoscritto, dunque, ma a mancare erano ancora prove sicure sulla localizzazione esatta della città, mentre sempre più evidente era la sua centralità nel passato adriatico. Sin dal Medioevo ci si interrogava su questa antica città. Dove si trovava? Perché sembrava scomparsa nel nulla? E se non fosse mai esistita? Eppure, a detta degli antichi greci e romani, sarebbe stata un notevole porto commerciale. Dal IV secolo a. C. al I d. C., le fonti paiono collocarla sempre più distante dalla costa: probabilmente era quest’ultima a essersi spostata, e non la città. A partire dall’Umanesimo, inoltre, furono effettuate diverse ricerche toponomastiche nella zona comacchiese, foriera di denominazioni che mettono in risalto l’abitudine di regolamentare i corsi d’acqua. Ma sarebbe spettata all’archeologia, quasi cento anni fa, la definitiva risoluzione del mistero. Era il 1919 quando, sotto la direzione dell’ingegnere Aldo Mattei, si diede inizio alle attività di bonifica di Valle Trebba, previste in due fasi: la bonifica idraulica e la canalizzazione interna. Solo in seguito si sarebbe proceduto con la bonifica agraria, obiettivo dell’operazione. Già un anno dopo, ecco che il terreno fu dato in concessione a chi versava in condizioni non agiate, e fu proprio da allora che vennero segnalati i primi rinvenimenti, seppur sporadici. Si trattava di “terrecotte e bronzi di magnifica fattura greca”, provenienti da numerose tombe, ma la prima segnalazione ufficiale fu quella del 1922 a opera di Mattei: un operaio di Comacchio aveva casualmente ritrovato un sepolcreto etrusco, con vasi istoriati e frammenti di ceramica. Immediato fu l’avvio di ricerche più sistematiche, grazie alle quali tornarono alla luce migliaia di tombe, con tutte le loro meravigliose ricchezze. Ma ancora una volta nuovi ostacoli si frapponevano tra la curiosità e la scoperta. La prima fase degli scavi, infatti, non fu agevole. Gli archeologi dovettero dimenarsi tra limitazioni imposte dall’agricoltura e la necessità di documentare e preservare le preziose testimonianze. In più, con la seconda fase dei lavori le indagini diventarono più intense e sistematiche, sotto la direzione del nuovo soprintendente Salvatore Aurigemma, ma il continuo affioramento di acque e i frequenti smottamenti del terreno corredavano di imprevisti le varie operazioni, finché non vennero con fatica scavati, a mano, pozzi artificiali e canali di scolo, dove l’acqua era incanalata con pale di legno. Addirittura non era insolito dover letteralmente pescare gli oggetti infilando le mani nel fango. Finalmente nel 1926 ci si dotò di una pompa a motore e negli anni seguenti furono costruiti gli edifici per gli agricoltori, per concludere il tutto nel 1935, con la lungimirante iniziativa che permise la fondazione del Museo Archeologico di Ferrara, che oggi come allora custodisce, studia e valorizza con attenzione il ricco tesoro.

Quella rinvenuta era la necropoli settentrionale, ma le successive campagne fecero riemergere anche l’area meridionale, con la bonifica di Valle Pega tra il 1953 e il 1956, e l’abitato, nella Valle del Mezzano, tra il 1957 e il 1964. Gli studi, però, non si sono mai fermati, perché la scoperta della città di Spina era solo il primo tassello di una storia ancora tutta da scrivere.

martedì 1 ottobre 2019

Si scrive Giardino degli Dèi, si legge Miniera di Racconti: alla (ri)scoperta di Ferrara



Demetra, Ade, Zefiro… Tra tutti i personaggi della mitologia greca, evocati dalle e dagli studenti del Liceo Scientifico Antonio Roiti, è stato forse Zeus, il padrone del tempo, il più velatamente presente, con la sua leggera e rinfrescante pioggia mattutina. Anche quest’anno, le Giornate Europee del Patrimonio la nostra città non se le è lasciate sfuggire. Si tratta di un appuntamento ormai fisso nel panorama del continente, che consente a milioni di persone di ammirare per la prima volta monumenti spesso non accessibili. Il tema scelto per l’edizione 2019 è ‘Un due tre… Arte! Cultura e intrattenimento’, con un obiettivo ambizioso: riflettere sul benessere che deriva dall’esperienza culturale e sui benefici che la fruizione del patrimonio può determinare. In particolare, il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara ha arricchito la propria offerta partecipando alla rassegna regionale ‘Vivi il Verde’, che da anni mira a far vivere alle e ai cittadini emiliano-romagnoli la natura in ogni sua declinazione. Il sottotitolo, ‘Intelligenza della natura e progetto umano’, è tutto un programma: partire dall’idea classica di giardino, artificio umano, per arrivare a immaginare nuove modalità di alleanza tra la nostra specie e il resto dell’ambiente.



Come non approfittare dell’occasione per vivere in una veste nuova il giardino neorinascimentale di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro? Grazie alla guida della classe 5N e delle docenti Francesca Bianchini ed Elena Cavalieri D’Oro, le piante coltivate e gli intricati percorsi del labirinto non avranno più, d’ora in poi, così tanti segreti. Nonostante l’inclemenza meteorologica, le visitatrici e i visitatori, domenica 22 settembre, hanno con interesse seguito i piacevoli racconti legati alla moderna botanica e alle antiche leggende. L’evento, deliziato da un collaterale buffet, era parte del progetto scolastico ‘Muse Inquietanti’, portato avanti anche tra le sale del museo in qualità di alternanza scuola-lavoro, che negli ultimi tempi ha fornito il giardino di nuovi apparati fissi, dai quali è possibile apprendere molte informazioni su ciò che un occhio inesperto potrebbe non riconoscere.


Ma se si parla di questa ricchezza novecentesca, certamente il Garden Club Ferrara non può esserne del tutto estraneo. L’associazione ha infatti partecipato alle varie fasi del progetto, in virtù del forte legame che da sempre la unisce a tale luogo. La presidente Gianna Borghesani non ha avuto remore nel ricordare come proprio le volontarie e i volontari associati, a fine secolo, furono i grandi protagonisti del recupero di ciò che allora era semplicemente un accumulo di erbacce, che aveva addirittura nascosto del tutto il celebre labirinto.

Le ragazze e i ragazzi non erano tuttavia soli nell’allietare il curioso pubblico, poiché il Club Amici dell’Arte aveva, già dal giorno prima, allestito una mostra temporanea di proprie opere pittoriche, grafiche e fotografiche, all’interno della magnifica Sala del Tesoro e lungo il porticato, dando così voce al proprio scopo di promozione dell’arte e della cultura.

Eppure, è proprio il caso di dirlo, non è tutto rose e viole, come ha voluto sottolineare un’arguta lettura del labirinto fornita da una liceale. Se un tempo l’essere umano era chiamato a scegliere la strada con le proprie forze, nell’era di Internet nessun dedalo è più affrontabile con il solo aiuto del proprio ingegno.

martedì 26 marzo 2019

Il dibattito su Palazzo Diamanti continua. Monumenti si diventa



Un concorso internazionale di architettura, riconosciuto ufficialmente, e un diniego del Ministero per i beni e le attività culturali, altrettanto ufficiale, per la sua concreta e legittima realizzazione. Teatro della recente vicenda è Ferrara, comparsa nel dibattito nazionale per l’eclatante e pericoloso precedente creato, seppur non sia la prima volta. Un pericolo così tanto percepito, nella sua gravità, da aver condotto, lo scorso venerdì, alla proiezione in contemporanea, in tutta Italia, di un breve filmato esplicativo di un concetto molto semplice: ‘L’architettura rinnova le città nel tempo’. L’iniziativa, intraprendente e coraggiosa, è stata promossa dall’Ordine degli architetti pianificatori, paesaggisti e conservatori della nostra Provincia, con l’obiettivo di sensibilizzare la società tutta sulla cruciale funzione che l’architettura svolge, e ha sempre svolto, nella continua creazione e ri-creazione delle città.






I concorsi di architettura sono da sempre lo strumento che permette ai progetti vincitori di migliorare zone precise dei luoghi che abitiamo: l’impedimento della loro realizzazione, addirittura a posteriori, non solo vanifica tutto il lavoro svolto dalle professionalità coinvolte, ma contemporaneamente rende inutile lo strumento stesso del concorso, togliendo a quella porzione di città la possibilità di nascere o rinnovarsi. Il Palazzo dei Diamanti, sede di continue mostre ed eventi culturali, non sarà ampliato. A nulla è valsa la vittoria di un concorso internazionale, strumento forse non sempre perfetto, ma garante di qualità e imparzialità nell’affidamento degli incarichi di progettazione. Forse che le città italiane, ricche della loro innegabile bellezza, sono rimaste sempre uguali a se stesse, e sono quel che vediamo oggi da sempre? Il progetto non prevedeva certo l’abbattimento del palazzo, ma un suo utile e sentito ampliamento, nel rispetto di un’architettura storica caratteristica di Ferrara. Il passato e il presente – la Storia ce lo insegna – sono sempre riusciti a trovare forme di dialogo, rendendo le città vive e vissute, non già semplici musei intoccabili a cielo aperto. Si tratta di un’occasione perduta per tutte e tutti noi, noi che non siamo riusciti e forse non potevamo evitarlo. E’ evidente, senza dubbio alcuno, la presenza di un vuoto irrisolto nella situazione italiana: non perseveriamo nella convinzione secondo cui tutelare il notevole patrimonio, che ci troviamo ad avere in eredità, equivalga a bloccare l’innovazione nel presente. Proprio questa, infatti, ha generato le meraviglie che tanto ci fanno vantare. Se soffochiamo il genio insito nel nostro dna, annulliamo il valore aggiunto che la nostra fantasia ha regalato al mondo intero: proviamo a togliere da una giornata-tipo le invenzioni da noi partorite e quasi tutto scomparirebbe inesorabilmente.

Quelli che oggi consideriamo monumenti, un tempo non erano altro che nuove visioni e innovazioni, a volte anche folli e fino a prima impensabili. Senza il geniale architetto Imhotep, l’Egitto non avrebbe mai conosciuto le piramidi che oggi lo identificano in tutto il mondo. Senza la maestria artistica di Fidia, dimentichiamoci il celebre Partenone, icona meritata di Atene. E senza il fantasioso Eiffel, addio alla semplice e complessa torre che ha rischiato di essere smontata. No, i monumenti che oggi conosciamo non sono sempre stati tali. L’architettura rinnova le città nel tempo.

lunedì 8 ottobre 2018

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018 La ricerca della felicità



Di storie personali e professionali deve averne sentite tante Pietro Del Soldà, filosofo e conduttore della trasmissione ‘Tutta la città ne parla’, in onda su Rai Radio 3. Le telefonate di chi lo segue lo riempiono di racconti di vita e di sfoghi sinceri; qualcuno ha voluto riportarlo domenica 7 ottobre a Palazzo Roverella, durante l’incontro ‘Non solo di cose d’amore’, dal titolo della sua nuova fatica letteraria. A intervistare e intrattenere l’autore, con efficaci sketch teatrali, le ragazze e i ragazzi del Liceo Ariosto di Ferrara, applauditi dal folto pubblico del Festival di Internazionale.

La ricerca della felicità. Una fatica atavica dell’essere umano, che nel libro viene indagata seguendo tre filoni: l’io interiore, l’io nella società e la felicità stessa. Guida in questa indagine: il grande Socrate. “La figura di Socrate, pur appartenendo a 2500 anni fa, epoca in cui la scrittura era ancora per pochi, è capace di risvegliare chiunque la approcci, in qualsiasi contesto, dunque anche noi che viviamo nell’oggi”. Contrariamente ai sofisti, “venditori del sapere”, Socrate personalizzava l’insegnamento che forniva ai suoi discepoli, valorizzando l’individualità di ciascuno, poiché ciò che si apprende ha a che fare con le peculiarità del singolo. Vedeva nella maggior parte delle persone una sorta di muro interiore, cioè una separazione tra ciò che si è realmente e ciò che si mostra all’esterno.
Diversamente predicavano i sofisti, suoi nemici: il loro sapere era nozionistico, uguale per tutti, perché tutti potessero raggiungere l’obiettivo della vita, la felicità. Una felicità particolare, però, poiché non differenziata, considerata come superiorità sugli altri, rimasti ancora indietro nella gara della vita, una gara a chi apprende prima il maggior numero possibile di nozioni. Ma Socrate andava oltre, nei dialoghi di Platone. “Non solo le persone possono avere una scissione interiore che impedisce loro di riuscire a realizzarsi ed esprimersi totalmente, ma ogni qualvolta degli individui infelici si mettono insieme per formare una comunità, questa necessariamente presenterà una scissione al suo interno, visibile nella separazione tra chi ha il potere di governare e chi no”.

Viviamo oggi il “paradosso della solitudine”: la piaga di una realtà dominata dalla possibilità di relazionarsi con chiunque è proprio la solitudine, definita dal Governo britannico perfino “piaga nazionale”, probabilmente dovuta alla disgregazione di tessuti connettivi molto forti in passato, come la famiglia, e alla non capacità o volontà di relazionarci con il prossimo interamente, in maniera trasparente, non scissa appunto. Individui infelici costruiscono una comunità infelice, ma non nel senso che intendiamo noi. Socrate chiamava felicità la pienezza di sé in ogni gesto: basta essere sé stessi per conquistarla . E qualsiasi azione, che mai avviene nell’isolamento e prescinde dalle differenze tra le persone, è sempre condizionata da una tensione verso di essa, ovvero da Eros, Amore. Tutto è Amore.
“Ritenere che la filosofia antica contenga le soluzioni per il mondo contemporaneo è una moda editoriale degli ultimi tempi, ma in realtà quello che può fare è attivare dentro di noi delle riflessioni che altrimenti ci sarebbero sfuggite”. Socrate lo dimostra: nel suo pensiero sembra prendere forma la società attuale, molto diversa e neppure ipotizzabile ai tempi dell’antica Grecia.

domenica 7 ottobre 2018

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018 I briganti si uccidono, i mafiosi si usano



Sono parole molto dure quelle pronunciate da Enzo Ciconte, studioso, scrittore e docente, autore del monumentale volume ‘La grande mattanza: Storia della guerra al brigantaggio’, edito da Laterza. Intervistato da Giuseppe Rizzo sabato 6 ottobre alla Biblioteca Ariostea, lo storico controcorrente ha approfittato del Festival di Internazionale per porre le basi di una questione imponente che non si potrà ignorare ancora per molto.
Il fenomeno del brigantaggio sembra una semplice querelle storiografica, poco più di una curiosità intellettualistica, in ogni caso ormai superata. Ma nonostante il banditismo identificabile come brigantaggio risalga almeno al Rinascimento, e non sia solamente ascrivibile alle vicende risorgimentali, in realtà molti nodi che ha intrecciato nella sua lunga esistenza sono riscontrabili e ben visibili ancora oggi, se non addirittura fin troppo presenti e troppo potenti.
Il lavoro di Ciconte, a cavallo tra inchiesta giornalistica e storiografia, ricostruisce una sorta di controstoria, perché molto spesso di quegli anni si è parlato poco e a volte anche male. “Non erano comuni criminali, né militanti politici pronti a difendere il proprio governo e la propria patria: il brigantaggio vero, infatti, era un fenomeno sociale, legato alla terra occupata dagli invasori, chiunque essi fossero”. I francesi a inizio Ottocento, i Borbone dopo il Congresso di Vienna, la borghesia a metà secolo, i piemontesi durante il Risorgimento: il bisogno della povera gente è stato sempre quello di sfamarsi, tanto è vero che solo nell’entroterra e lungo i fiumi il fenomeno veniva registrato, mentre sulle coste, dove non c’erano problemi legati a possedimenti terrieri, mai nulla.

Ciò che si visse nel diciannovesimo secolo era “una vera e propria lotta di classe”, tra contadini da una parte e proprietari invasori dall’altra, con in mezzo la borghesia che reclamava un proprio posto nella società, possibilmente in alternativa alla vecchia aristocrazia, che invece le classi povere rispettavano, in quanto secolare e riconosciuta. Né tantomeno il brigantaggio fu una manifestazione soltanto italiana; la nostra peculiarità, rispetto al resto del continente, fu semmai “la tarda unificazione”, che di conseguenza fece slittare in avanti il problema e la sua soluzione. I libri di scuola ci indicano come termine il 1870, ma la questione è più complicata. Difatti, dopo innumerevoli tentativi di risolvere la difficoltà con il terrore e le armi, fu “solamente con la legge di riforma agraria del 1950” che si riuscì infine a eliminare il gravoso problema. La sconfitta fu efficace perché avvenne sul piano politico: in pratica, venne data finalmente la terra ai contadini. Fino ad allora, tuttavia, quanta violenza fu utilizzata per contrastare il brigantaggio. E non si trattava di settentrionali contro meridionali, poiché la borghesia del regno siciliano era complice. “L’esercito scendeva in campo solo contro i briganti, però. L’altra faccia della medaglia, le organizzazioni criminali quali la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta, venivano lasciate tranquille, dato che proteggevano le proprietà terriere e venivano usate dal potere in caso di bisogno. Ne paghiamo ancora oggi le conseguenze”.
Non erano eroi romantici o criminali feroci, ma uomini derubati in cerca di lavoro per non patire la fame. Furono vittime di contesti sociali difficili e precari. Da noi non può che scaturire rispetto e desiderio di verità per un passato ancora presente.

sabato 6 ottobre 2018

INTERNAZIONALE 2018 Scienza diviso umanesimo, uguale: fanatismo



Rispettavano la natura, la amavano, quasi la idolatravano, come fine a se stessa, come massimo valore. Poi una nuova ideologia, un nuovo desiderio prendono il sopravvento: il bisogno di avere un figlio. E tutto cambia.
Non è stato facile avere Paolo Giordano quest’anno per la prima volta al Festival di Internazionale a Ferrara, visti i suoi numerosi impegni a seguito dell’uscita in libreria di ‘Divorare il cielo’, romanzo best-seller dalla primavera scorsa. ‘Gli scienziati raccontano’, incontro organizzato dal Master di primo livello dell’Università di Ferrara ‘Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza’, si è svolto venerdì 5 ottobre presso il Dipartimento di Economia e Management. A incontrare lo scrittore, nonché fisico teorico di formazione, il giornalista scientifico Michele Fabbri, fiero di esser parte del master Unife che – ha ricordato alla platea – esiste da ben diciotto anni e ha prodotto ormai più di 800 persone esperte, italiane e non.


La posizione di Fabbri è chiara. Intervistato da Ferraraitalia, ha confermato come sia questa la via maestra per perseguire una vera comunicazione scientifica: “non una semplice divulgazione che cerca di spiegare il difficile con parole semplici, ma una comunicazione in grado di far comprendere come la tecnoscienza si articola nella vita quotidiana; la nostra sfida è formare coloro che formeranno, coloro che si porranno come interfaccia tra chi fa scienza e chi no”. Eh sì, perché il momento storico che stiamo vivendo è, a detta dello scienziato divenuto autore letterario, peculiare: “il divorzio tra racconto e scienza, in tutti i sensi, è sofferenza per la cultura”. Una spaccatura, quella tra sapere umanistico e sapere scientifico, che si realizza molto presto nella vita delle persone, addirittura già alle scuole elementari, quando una parte fondamentale del sapere viene presentata come oscura e violenta, provocando di fatto un istintivo disamoramento che mai potrà venir meno. Giordano, invece, non ha abbandonato un mestiere per intraprenderne un altro. Le opere della sua seconda vita sono profondamente intrise di temi scientifici, estremamente attuali e prorompenti.

Non ci è permessa, oggi, la non comprensione della scienza: se ciò poteva anche essere sopportabile nel passato, oramai è impensabile. Molte sono le sfide etiche che i sempre incessanti progressi della tecnoscienza ci presentano, ma il tempo per metabolizzare tutto questo non è mai sufficiente. E se non si afferrano i termini delle questioni, il rischio è quello di affidarsi all’istinto, all’intuito, se non all’indole o al momento contingente. Amos Oz lo chiamava “gene del fanatismo”: un gene presente in ciascuno di noi, ma attivabile dal contesto che si vive. E, forse, il nostro tempo sta collaborando all’attivazione di molto fanatismo, da una parte e dall’altra, senza vie di mezzo. “C’è ancora molto da fare nella comunicazione scientifica attraverso la letteratura”, ci confessa ancora Giordano dopo l’incontro. “Basti pensare che molti libri narrativi con temi scientifici partono da un livello di complessità medio-alto, perché è difficile partire da più in basso”.
Avevano amato la natura, così com’era, ma ora volevano un figlio, ed essa non glielo concedeva. Eppure la soluzione era là, una via contraria alla precedente. La fecondazione assistita.

mercoledì 28 febbraio 2018

Un miracolo necessario



Può un sacerdote dubitare della presenza di Cristo nell’ostia? Ma soprattutto, può un’ostia dimostrare di essere carne sanguinando? E’ quello che sarebbe accaduto durante il Medioevo ferrarese, quando non poche erano le voci che mettevano in dubbio i dogmi della Chiesa.
Al 971 risalgono le prime testimonianze sulla chiesa di Santa Maria Anteriore, che si trovava nel luogo del primo nucleo abitativo della città, sulle rive di un guado – o vado – fluviale.
Inizialmente, in realtà, si trattava di un semplice luogo sacro dove si venerava un’immagine greca della Madonna, posta su un capitello, che fu il primo oggetto di devozione a Ferrara. L’edificio venne costruito attorno all’anno Mille, ma nel Quattrocento fu in gran parte demolito per la costruzione di una imponente basilica rinascimentale, ancora oggi viva e visitabile, Santa Maria in Vado. Fu Ercole I a decidere la modernizzazione dell’antico luogo di culto, aiutato dal geniale e fedele ingegnere Biagio Rossetti. Ci vollero quarant’anni per terminare i lavori, al termine dei quali la chiesa venne consacrata all’Annunciazione della Vergine. Presto, però, un nuovo evento avrebbe danneggiato gravemente l’intera struttura: nel 1570 la città fu colpita da un importante terremoto e parte della costruzione dovette essere prontamente rifatta. Qualche anno dopo, il duca Alfonso II volle di nuovo modificare l’edificio, chiamando l’architetto ducale Alessandro Balbi che portò a termine l’impresa.

E dopo gli Estensi, la Santa Sede: alla fine del Cinquecento Ferrara venne devoluta allo Stato della Chiesa e circa vent’anni più tardi l’abate esternò l’intenzione di cambiare volto alla basilica. La decorazione pittorica fu perciò affidata allo straordinario Carlo Bononi, che realizzò un ciclo sui soffitti e sulle volte dedicato alla Trinità e a Maria. Nel Settecento per la chiesa iniziò un momento di degrado, culminato nel suo restauro ottocentesco, ma viene da chiedersi, a questo punto, come mai così tanto interesse nei secoli per preservare e rinnovare continuamente questa costruzione, che non smette ancora di stupirci, se pensiamo alle recenti scoperte di decorazioni cinquecentesche e affreschi settecenteschi nascosti dietro le sue pareti.

Per trovare la risposta, dobbiamo tornare molto indietro nel tempo, prima cioè della vera e propria edificazione di Santa Maria in Vado per come la conosciamo oggi. Il priore Pietro da Verona, da non confondere con l’omonimo santo, non era convintissimo della transustanziazione, cioè della reale presenza di Cristo nel sacramento eucaristico. Quel giorno di Pasqua del 1171, tuttavia, dovette incredibilmente ricredersi: proprio durante la Messa domenicale del 28 marzo, mentre stava elevando l’ostia consacrata, da questa iniziò a zampillare sangue vivo, con una tale intensità da sporcare la volta del catino absidale sopra l’altare, lasciando una macchia indelebile che ha resistito al trascorrere dei secoli. Quella cappella, non a caso, fu in seguito chiamata Cappella del Prodigio: un prodigio riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa cattolica come miracolo eucaristico, e da allora diversi furono i pontefici che gli resero omaggio venendo a visitare la basilica. Possiamo ben immaginare lo scalpore che il fatto avvenuto e il segno perfettamente visibile destarono nella popolazione, ma la notizia giunse non solo in tutta Italia bensì anche all’estero.
Esistono infatti documenti inglesi coevi o poco successivi che descrivono l’avvenimento ferrarese correlandolo con gli altri miracoli eucaristici. E non si fa fatica a pensare ai numerosi pellegrinaggi che da allora iniziarono a svolgersi, non per andare a controllare di persona la veridicità di quanto sentito in giro, ma piuttosto per avvicinarsi sempre di più a Dio attraverso i luoghi in cui Egli ha scelto di manifestarsi e rivelarsi.

La Cappella del Prodigio, oggi, si trova nel Santuario del Preziosissimo Sangue, eretto nel 1595 durante il governo di Alfonso II. La fede, certo, non ha bisogno di prove o segni tangibili, ma al di là della religione e delle convinzioni personali, il miracolo del preziosissimo sangue fu un momento saliente e documentato del nostro passato, da studiare e trattare con rispetto e attenzione.

giovedì 22 febbraio 2018

Seicento anni di Inquisizione a Ferrara



Erano anni difficili quelli che abbiamo lasciato alle nostre spalle appena un secolo e mezzo fa. Ci è voluta l’annessione della città al Regno d’Italia per porre fine al feroce tribunale della Santa Inquisizione, attivo a Ferrara almeno dal 1265. Fu abolito e ripristinato varie volte, nei suoi periodi migliori il potere che aveva nello Stato estense si estendeva anche a Modena e Reggio Emilia, e non erano rari i casi di confessioni estorte con la tortura senza prove di accusa.

La Biblioteca Ariostea, tra le centinaia di migliaia di opere che custodisce, ci offre al proposito un documento interessante, il ‘Libro dei giustiziati’, una vera e propria raccolta di verbali stilati dagli inquisitori. 853 condanne a morte in pieno Rinascimento, tra il governo di Niccolò III e quello di Alfonso II, non solo per eresia o crimini contra Dei, ma anche per reati legati alla sfera civile, come furti e omicidi. E quanto a eresie o culti proibiti, c’è da dire che Ferrara non si lasciava mancare niente, tra Templari, catari ed ebrei!
Il ‘Libro dei giustiziati’ ci riserva però anche un’altra sorpresa: tra tutti i nomi riportati, solamente ventidue sono femminili, contribuendo a sfatare il mito della caccia alle streghe. L’Inquisizione, nella sua storia ferrarese, si è spesso rivelata magnanima con le donne e non si fa fatica a trovare casi di ragazze liberate dopo che avevano abiurato.
Che si trattasse di donne o uomini, tutti i processi si tenevano tuttavia in un luogo ben definito, una chiesa naturalmente, ancora oggi in piedi nonostante sia stato l’edificio religioso più devastato dal sisma del 2012 nella nostra città. Una vela del campanile di San Domenico, infatti, a causa del terremoto si è staccata, sfondando il tetto e finendo all’interno della costruzione. Le esecuzioni, invece, avvenivano nella piazza di fronte alla facciata, ben visibili dalla popolazione.

L’edificio, un tempo appartenente a un intero complesso domenicano, venne eretto nel 1726 al posto di una chiesa più antica, orientata, come spesso accadeva in passato, sull’asse Ovest-Est: si entrava con l’oscurità di Ponente per avvicinarsi alla luce dell’altare rivolto a Levante. La costruzione attuale ha l’orientamento opposto, ma della vecchia chiesa, risalente al XIII secolo, rimangono il campanile e la cappella Canani, ovvero la primitiva struttura absidale. All’interno, la chiesa ci accoglie con varie meraviglie: si passa dai dipinti di importanti artisti ferraresi, quali lo Scarsellino o Carlo Bononi, al magnifico coro ligneo del 1384, uno dei più antichi della regione, fino ad arrivare al pavimento quasi interamente ricoperto di lapidi sepolcrali antiche.
Noi oggi guardiamo tutto questo con gli occhi dello stupore e del fascino, ma se ci immaginiamo la reale funzione di ciò che resta, l’atmosfera cambia drasticamente. Una vicenda, in particolare, attirerebbe l’attenzione di chiunque: è quella del mago Benato. Accusato di utilizzare la propria magia contro il marchese Leonello d’Este, venne condannato a morte e bruciato sul rogo. Consumatosi il fuoco, però, un terribile terremoto si abbatté sulla città e qualcuno pensò a Lucifero o alle forze degli inferi.
Ma non è questa l’unica storia a nascondere del macabro. Il 1744 è l’anno in cui a Mantova vide la luce un futuro fisico e ingegnere, Bartolomeo Chiozzi, giunto presto a Ferrara, dove prese casa in un grande e curato palazzo. Un giorno, rovistando in cantina, trovò un libro di formule magiche per invocare il demonio. E a questo punto le fonti si dividono: da un lato, sembrerebbe che Chiozzi avesse un fedele servitore di nome Magrino; dall’altro, pare che Magrino fosse addirittura il nome del diavolo che si materializzò dopo le invocazioni dello studioso. Dopo aver venduto l’anima al demonio, comunque, ed essersene pentito, mago Chiozzino, come iniziava a chiamarlo la gente, si recò alla chiesa di San Domenico per purificarsi, contro la volontà di Magrino, servo o diavolo che fosse, che per la rabbia assunse forma caprina e diede una zampata sulla porta.
E ancora oggi, nell’attesa di poterci entrare, fermiamoci davanti all’entrata laterale. L’impronta del diavolo è il ricordo di esseri umani torturati e uccisi da altri esseri umani, un monito austero e tangibile per il futuro.

mercoledì 14 febbraio 2018

Tre chiese (e una sepoltura) dimenticate nel tempo



Anno 1070, Payns, Francia. Nasce, da famiglia nobile, Hugues de Payns, cavaliere e pellegrino, che si recherà diverse volte in Terrasanta, l’ultima delle quali dopo il 1118, rimanendovi fino all’anno in cui morirà in combattimento vicino Tiro. Nel frattempo però, proprio nel 1118, fonderà in Francia l’Ordine dei Cavalieri del Tempio – i Templari – nove monaci cavalieri incaricati della difesa dei Cristiani a Gerusalemme. E se non fosse andata realmente così? Proviamo a ‘riscrivere’ la storia partendo dall’inizio.
Anno 1070, Nocera dei Pagani, Italia. Nasce, da famiglia nobile, Ugo de’ Pagani, forse il vero Hugues de Payns, nome che i nostri cugini d’Oltralpe avrebbero francesizzato per impadronirsi di una figura estremamente decisiva del nostro passato. E’ il 1103 quando Ugo scrive una lettera da Gerusalemme allo zio Leonardo Amarilli, di Rossano Calabro, per informarlo della morte del proprio figlio Alessandro, affermando chiaramente che suo padre si trova invece a Nocera, in Campania. Centinaia di anni più tardi questa lettera sarebbe stata letta e analizzata, vedendoci non solo le prove della nazionalità italiana di Ugo, ma anche della fondazione dei Templari nell’Italia meridionale. Altrettanto misteriosa può dirsi la sua morte, o almeno il seppellimento: una tomba mai vista, ma che si troverebbe, pare, nella chiesa di San Giacomo a Ferrara, oggi sconsacrata e addirittura sede di un cinema multisala. Si tratta di una delle costruzioni religiose più antiche della città e nasconde una storia travagliata. Nel Seicento rischiò infatti di essere rasa al suolo, ma venne per fortuna sistemata e affrescata. Dopo due secoli il campanile crollò, rovinandola in parte, per giungere al terribile incendio di fine secolo che la coinvolse interamente. Non era, tuttavia, una chiesa come tutte le altre: proprio al suo interno gli iniziati dell’Ordine del Tempio trascorrevano la celebre Veglia d’armi, la notte di preghiera prima dell’investitura.

Oltre a San Giacomo, altre due chiese ci raccontano una storia templare ormai dimenticata. Una di queste non esiste più: è Santa Maria del Tempio, una costruzione dedicata a Maria, la Vergine del Tempio venerata dai cavalieri, all’interno della quale si svolgevano riti iniziatici. I bombardamenti del 1944 la rasero al suolo: oltre al chiostro ricostruito recentemente, ci rimangono soltanto frammenti e pietre tombali. L’altra chiesa coinvolta è invece ancora in piedi, ma rimane timidamente silenziosa e appartata di fronte alle centinaia di persone che, senza saperlo, le passano davanti ogni giorno, certo più colpite e impressionate dalla maestosità dell’adiacente castello. E’ probabile che anche il suo nome sia del tutto sconosciuto, ma la cosa sorprendente è che questa costruzione, prima dell’addizione erculea, si trovava persino al posto del fortunato Castello estense, che prepotentemente la sostituì senza lasciarne traccia. Stiamo parlando della chiesa di San Giuliano, un piccolo edificio rieretto durante il Rinascimento nei pressi della sua locazione originaria e intitolato, come in precedenza, al santo che cercò di sfuggire al destino. Secondo la narrazione, un cervo profetizzò a Giuliano l’omicidio da parte sua dei propri genitori. Fuggì allora il più lontano possibile, sposandosi con una nobile castellana; i genitori, preoccupati, si misero alla sua ricerca, giungendo per caso proprio nella nuova dimora. Lì raccontarono l’accaduto alla giovane, che spinta da compassione concesse loro di dormire nel letto nuziale. Fu così che il figlio, rincasato, trafisse i corpi di un tradimento solo immaginato. Scoprì il giorno stesso il misfatto e da quel momento si dedicò all’accoglienza dei viandanti, proprio come i Templari che i riti all’interno della chiesa volevano ricordare.

Abbiamo ripercorso l’ipotesi dei Cavalieri Templari fondati in Italia, ma abbiamo anche scoperto le tracce sicure che ci hanno lasciato. Nelle guide turistiche, nei pannelli esplicativi, non dimentichiamoci di inserire, oltre ai fatti accertati, anche le leggende ancora rimaste tali, segnalandole opportunamente. Perché tante volte le leggende hanno rivelato nel tempo granelli di verità. E d’altronde sognare non ha mai fatto male a nessuno, anzi!

mercoledì 7 febbraio 2018

L’altro Schifanoia: dall’antico Egitto a Piero della Francesca



Circa un mese fa chiudeva al pubblico uno dei monumenti simbolo della nostra città, Palazzo Schifanoia: dovremo aspettare altri due anni per rivedere turiste e turisti al suo interno. Ma sarà tutta un’altra storia: oltre a mettere in sicurezza il vulnerabile edificio contro i terremoti, il cantiere ci farà infatti trovare un museo completamente rinnovato, più fruibile, più attento ai suoi tesori e soprattutto accessibile a tutte le persone, senza più barriere architettoniche.

La noia, gli Estensi, la schivavano eccome, tanto da far costruire apposta un intero palazzo. Fu Alberto V, nel 1385, a dare il via ai lavori per l’erezione dell’unica Delizia estense destinata allo svago entro le mura cittadine. Famoso per il Salone dei mesi, uno degli esempi più alti del Rinascimento in Italia, Palazzo Schifanoia è però anche molto altro.
L’ala trecentesca e le sale del Quattrocento, dal 1898, ospitano la sede dei Musei civici di arte antica, una ricca raccolta di pezzi unici e rari, a testimonianza della storia cittadina e non solo. Il primo nucleo, la collezione lapidaria, venne formato nel 1735 a Palazzo Paradiso, ma il museo fu costituito solamente con l’acquisto di una collezione numismatica messa insieme da un presbitero. Un medagliere, questo, tra i principali della regione, con decine di migliaia di manufatti, grazie anche a numerose donazioni successive. Monete italiane, medievali e moderne, greche, romane, cartaginesi, pontificie, ma anche conii e punzoni della zecca di Ferrara. Non mancano persino medaglie eseguite da eccellenze del Rinascimento come Pisanello, che ritraggono alcuni membri della casata d’Este. Dalla numismatica all’archeologia: il museo conserva pure importanti raccolte archeologiche derivate dall’accorpamento di ceramiche, greche, etrusche e romane, vetri, lucerne e bronzetti. Nel corso del Settecento tali raccolte vennero accresciute, fino ad arrivare all’acquisizione della collezione egizia, nel secolo dopo. Una collezione che non deriva da scavi diretti, bensì dal collezionismo, con reperti funerari e sacrali che coprono tutta la storia dell’antico Egitto, fino alla sua trasformazione in regno ellenistico. Al suo interno, un pezzo straordinario, non per l’eccezionalità nella realizzazione, ma per la sua rarità, in quanto proviene da un corredo funebre dell’Antico regno: la chiamano figuretta di fornaio. Sempre nel XVIII secolo abbiamo un’altra donazione, stavolta da parte di un cardinale, che offrì la collezione di gemme incise e il maggior numero di bronzi ancora presenti.

Un ulteriore fiore all’occhiello sono gli splendidi codici miniati, tra i quali non si possono non nominare la Bibbia commissionata da Borso d’Este per il monastero di San Cristoforo, con miniature di Guglielmo Giraldi, e l’incunabolo Decretum Gratiani, decorato da maestranze del tempo di Ercole I. Un’ulteriore collezione è quella degli avori, che contiene prodotti eterogenei di grande interesse, tra i quali alcune placchette con scene cortesi.

Il museo ha inoltre almeno un altro motivo di vanto: la sua collezione di ceramica ferrarese è una delle più importanti raccolte di pezzi realizzati tra la metà del Trecento e gli inizi del Seicento e se alcune costituiscono veri e propri pezzi unici per la mancanza di confronti simili, altre invece sono rare per la raffinatezza dei loro graffiti. La prima collezione di ceramiche venne acquisita nel 1935, una raccolta di oltre ottocento manufatti medievali, rinascimentali e moderni. Ma il museo, nella sua storia, ha avuto anche il fondamentale ruolo di deposito: nel secondo dopoguerra, dopo la soppressione delle opere pie, molti arredi sacri e dipinti ferraresi del Seicento e Settecento hanno trovato rifugio proprio qui, dove ancora oggi vengono tutelati. E se pensiamo alle sculture neoclassiche e agli stalli del coro della chiesa di Sant’Andrea, dove evidente è l’influenza della prospettiva introdotta da Piero della Francesca, l’eccezionalità non smette di stupirci.

Schifanoia è al momento chiuso. Ma i misteriosi personaggi del Salone dei mesi ci faranno compagnia per strada in queste giornate del Carnevale rinascimentale, rendendo ancora più unica una festa cittadina che solo Ferrara, sin da Ercole I d’Este, ci regala ogni anno.

lunedì 29 gennaio 2018

Marfisa, indagine sull’ultima estense a Ferrara



Bella quanto crudele: è questa l’immagine arrivata fino a noi di Marfisa d’Este, una donna che secondo la leggenda era in grado di attirare, con il suo fascino, numerosi amanti sprovveduti, per poi ucciderli facendoli cadere in terribili pozzi a rasoio, profonde cavità ricoperte di lame. Ma cosa c’è di vero in tutto questo? Ripercorriamo la sua storia e troveremo indizi inaspettati e sorprendenti.
Partiamo dal nome: il marchese Francesco d’Este, nato da Alfonso I, sceglie di chiamare le sue figlie come due famose eroine dell’Orlando furioso, Marfisa e Bradamante. Vengono alla luce a poca distanza l’una dall’altra, ma comunque prima del 1559, anno in cui l’amorevole padre fa costruire proprio per loro la Palazzina ancora oggi nel centro storico di Ferrara. Ecco dunque il primo elemento: possiamo ipotizzare che il nome scelto per la nobildonna sia stato fondamentale nella memoria collettiva, che iniziò a confondere i profili della mitica guerriera e della principessa d’Este.

Passano gli anni e le due giovani, grazie all’educazione ricevuta, entrano nella vita di corte ferrarese, con il benestare del pontefice Gregorio XIII e del duca Alfonso II. Ma presto sopraggiunge inevitabile un anno determinante per l’esistenza di Marfisa, il 1578. E’ il 12 febbraio quando, all’età di 61 anni, muore il padre Francesco, lasciando nel testamento l’indicazione di affidare la primogenita alle cure di Leonora, sorella del duca, e di farla entrare in possesso dell’eredità non appena avesse sposato un membro della casata estense. Il 5 maggio, infatti, Marfisa si congiunge in matrimonio con il cugino Alfonsino di Montecchio, che però è debole di salute e la lascia dopo appena tre mesi, morendo a soli 17 anni. Marfisa, tuttavia, è una donna di mondo, e nonostante il lutto continua a partecipare pienamente alla vita della corte. Così, mentre lei pensa al divertimento, Alfonso II, suo tutore, si impegna nell’organizzazione di un nuovo matrimonio, questa volta con Alderano Cybo, erede dello Stato di Massa e Carrara. Il contratto viene stipulato nel gennaio del 1580, e il successivo 10 aprile avvengono le nozze. Ma dobbiamo fermarci nuovamente e prendere nota: non si può escludere che l’incredibile morte del primo marito, in giovanissima età, abbia contribuito a gettare sospetti sulla poco più che ventenne Marfisa, che non sembrò affatto colpita dall’accaduto.

Gli anni successivi al matrimonio sono anni ricchi di viaggi e nuovi contatti per la principessa ferrarese, sempre più attiva nel preparare incontri, mascherate, recite e gite. E nel 1581 diviene anche mamma: i due daranno alla luce in tutto una figlia e sette figli, l’ultimo dei quali nel 1594. Una serenità destinata a durare poco, perché un’altra data decisiva sta per avvicinarsi: nel 1598 gli Este vengono cacciati dalla città di Ferrara, per la devoluzione dello Stato alla Chiesa. Un avvenimento che tocca solo in parte Marfisa: in virtù del grande legame che unisce la famiglia Cybo con il papa Clemente VIII, rimane indisturbata e rispettata nella sua città natale. Sono questi anni silenziosi, in cui inaspettatamente conduce una vita fin troppo ritirata nella sua Palazzina, fino alla morte, avvenuta nel 1608, due anni dopo quella del marito. E ci troviamo davanti al terzo indizio: un’improvvisa vita ritirata, anni in cui non si è a conoscenza di cosa realmente avviene all’interno di quelle mura, hanno alimentato quell’alone di mistero che continua ad avvolgere Marfisa d’Este. Sono stati forse questi gli anni incriminati, gli anni delle insensate torture?

In effetti, c’è da dire che la sua immagine violenta e assassina è del tutto recente: è dall’Ottocento che ci viene dipinta come una sadica amante, oltre che come una donna affascinante, dalla personalità singolare ed estroversa, caratteristiche queste che riscontriamo già in documenti a lei contemporanei. Ma non è finita qui. L’abbandono in cui fu lasciata la Palazzina da lei abitata diede vita a un’altra leggenda, che riguarda noi in prima persona: c’è chi giura di aver visto, ancora oggi, il suo fantasma aggirarsi in quelle stanze e addirittura uscire per strada, a notte fonda, su un cocchio trainato da cavalli bianchi, trascinando dietro la sua corsa una schiera di amanti ormai esanimi…

venerdì 26 gennaio 2018

Il palazzo della discordia



A ognuno il suo: Roma ha la Galleria Borghese, Milano il Palazzo reale e Ferrara il Palazzo dei Diamanti. Sono tutti e tre sedi di numerosissime mostre, che si susseguono quasi ininterrottamente, come in un luna park con sempre nuove e interscambiabili attrazioni. C’è chi si esalta gridando al successone, chi invece versa lacrime per la prostituzione dei monumenti.
Il Palazzo dei Diamanti, unico per la sua eccellenza architettonica, rientra tra gli edifici rinascimentali più conosciuti al mondo. Storica residenza ducale, nel 1842 il Comune lo acquista, sistemando al suo interno la Pinacoteca Comunale – che da allora non si sposterà più, divenendo poi Pinacoteca Nazionale – e la sede dell’Università cittadina.
Le continue mostre, che lo vedono protagonista da decenni, lo hanno decretato ormai come il luogo ferrarese per eccellenza dedicato a queste ultime. Mentre il primo piano, infatti, ospita la mostra permanente della pinacoteca, il piano terra è dedicato alle mostre temporanee, cioè esposizioni che per un determinato periodo di tempo stazionano in un preciso posto, dopodiché, se ciò è previsto, si spostano verso altri luoghi.

Le finalità principali di una mostra sono due: rimettere al centro dell’attenzione di studiose e studiosi, di tutto il mondo accademico, qualcuno o qualcosa di importante che è stato dimenticato o sottovalutato; e permettere, al maggior numero di persone possibile, di poter vedere dal vivo opere che normalmente si trovano dall’altra parte del mondo, ponendole a confronto con artiste e artisti coevi del luogo, oppure instaurando altri tipi di logiche. Se quest’ultimo scopo, forse, può essere oggi raggiunto anche grazie all’utilizzo di tecnologie avanzatissime, in grado di riprodurre molto fedelmente qualsiasi cosa, o anche grazie a persone esperte, che sfruttando le tecniche originarie, riescono a ricreare le opere con risultati del tutto interessanti, per il primo è sicuramente la mostra uno degli strumenti più efficaci. Attenzione, però, non è detto che debbano essere necessariamente le opere originali a essere esposte: anche in questo caso si può trattare di fedeli riproduzioni, necessarie a chi studia per poter capire il senso e il motivo di fondo dell’esposizione.
Dunque, il problema dove sta? Come sempre, sta nell’esagerazione. D’altronde, riuscire a mantenere l’equilibrio è uno sforzo continuo per noi esseri umani, anche a livello fisiologico: basta provare a rimanere in piedi qualche minuto, e si noterà come il nostro corpo in continuazione abbia bisogno di ricalibrare il peso per evitare di farci cadere.

Di fatto, organizzare una mostra serve (anche) a far carriera e a fare cassa. E si cerca di farlo a tutti i costi. Crediamo davvero che le migliaia di mostre che ci ritroviamo ogni anno in Italia siano tutte utili? Perché è questo il punto: una mostra deve essere utile. Utile al progredire della conoscenza, in senso generale e per ognuno di noi. Già Federico Zeri, in un articolo del 1996, si lamentava delle “pleiadi di mostre e mostriciattole, spesso insignificanti”, un male che da allora non avrebbe fatto altro che crescere a dismisura. In nome di una mera logica quantitativa, che fa delle visite e del turismo i propri dèi, si fa grande uso di ricostruzioni supertecnologiche e di luci strabilianti, capaci di illuminare in modi particolari e mai visti prima le opere d’arte, senza portare rispetto, in realtà, a ciò che il nostro passato ci ha lasciato.
Noi italiane e italiani non possiamo ridurci a tutto questo. Siamo noi che abbiamo cambiato il mondo in millenni di Storia. Le invenzioni italiane ci circondano ogni giorno, e senza di esse la vita moderna sarebbe impensabile. Viviamo nel Paese con la più alta concentrazione di ricchezza faunistica e floreale del globo, in un minuscolo fazzoletto di terra; viviamo nel Paese della dieta mediterranea, quella che fa più bene al nostro organismo; viviamo nel Paese dell’opera e della commedia dell’arte, esportate in tutto il pianeta. Possiamo inoltre vantarci di avere palazzi ed edifici straordinari, dove ospitiamo musei secolari e mostre temporanee. Non chiediamoci se, ma quali di queste sono davvero degne di prendere vita nel nostro Paese.

mercoledì 17 gennaio 2018

Un castello da record



E’ l’unico nel suo continente a essere ancora circondato da un fossato con acqua e ponte levatoio originale; è uno dei monumenti del Paese più visitati in assoluto; e di anno in anno si conferma, nella sua città, come il museo con il maggior numero di biglietti acquistati: sembra essere l’identikit perfetto di un posto da favola, una meraviglia frutto dell’immaginazione, eppure esiste realmente e si trova proprio qui, nella nostra Ferrara. E’ il Castello Estense, simbolo per eccellenza della città.

Appena qualche giorno fa i giornali hanno pubblicato i dati relativi allo scorso anno, che evidenziano ancora una volta il trend positivo del castello: quasi 180.000 sono state le visite nel 2017, cioè il 7% in più rispetto al 2016. Un risultato derivato dall’attenzione allo studio, alla conservazione e alla valorizzazione che i nostri beni italiani, invidiati in tutto il mondo, meritano.
Era il 1927 quando per la prima volta venne apertamente espresso il concetto di recuperare la bellezza del castello, in occasione della pubblicazione dell’articolo ‘Per il decoro e per l’arte: sgomberiamo il Castello Estense’. Fortunatamente il suo stato di conservazione era sempre stato molto buono, essendo rimasto un edificio vivo lungo tutto il corso della sua esistenza. All’inizio però non tutti erano d’accordo sulla sua edificazione. Anzi, fu addirittura costruito contro la volontà degli stessi abitanti.
Nel 1385, infatti, alla notizia dell’ennesimo aumento delle tasse, la popolazione insorse contro il responsabile della riscossione delle gabelle, Tommaso da Tortona, uccidendolo. Niccolò II, terrorizzato da tanta ferocia, decise pertanto di far costruire un castello a nord della città, a ridosso delle vecchie mura, per proteggere sé stesso e l’intera famiglia estense. Era una rocca difensiva talmente avanzata per il tempo, che fu studiata da molti architetti, persino da Michelangelo.

In seguito, nel 1476, Ercole I trasformò il castello da fortezza medievale a principesca residenza rinascimentale, restaurandolo e impreziosendolo al suo interno. Non solo: attraverso la sua famosa addizione, rese il Castello estense da costruzione periferica a centro esatto della città. Un edificio imponente, dunque, con sale affrescate, lunghi corridoi, cortili all’aria aperta, alte torri e prigioni sotterranee. E proprio in una di queste particolari prigioni, riservate ai personaggi di alto rango, furono rinchiusi Giulio e Ferrante d’Este, figli di Ercole I, che dopo la sua morte ordirono un complotto per uccidere i loro fratelli più grandi, il legittimo erede Alfonso e il cardinale Ippolito, e impossessarsi dei loro poteri. Una volta scoperti, furono imprigionati. Ferrante, dopo 34 anni, morì in cella, mentre Giulio riuscì ad arrivare a 81 anni e venne graziato, con più di 50 anni di prigionia alle spalle.

Nessuno ha raccontato di aver mai visto, in quelle oscure stanze, il fantasma del povero Ferrante… Ma in compenso varie sono le leggende che parlano di antichi spiriti che vagherebbero nei bui sotterranei del castello. La vicenda più famosa è una triste storia d’amore, la storia di Ugo e Parisina. Nel 1418 fu celebrato il matrimonio tra Parisina Malatesta, di 15 anni, e Niccolò III d’Este, che aveva già avuto un figlio in precedenza, Ugo, di un solo anno più piccolo della sua matrigna. Ugo all’inizio provava un duro sentimento di antipatia per Parisina, ma presto l’odio si trasformò in amore appassionato, un amore pericoloso da tenere segreto. Niccolò, contento del cambiamento e allo stesso tempo ingenuamente ignaro della nuova situazione, iniziò a lasciarli spesso da soli, per esempio in occasione dello scoppio della peste, quando decise di proteggerli facendoli soggiornare in una villa di campagna, dove i due diedero pieno sfogo alla propria passione. Non sfuggirono, tuttavia, agli occhi della servitù e le voci del tradimento giunsero ben presto a Niccolò, che precipitandosi sul luogo, li sorprese in flagrante. Furioso, li fece imprigionare nel castello e condannare a morte, insieme a tutte le adultere ferraresi. Le anime dei due giovani e delle adultere si aggirerebbero ancora piangenti per il castello, un castello di un fascino terribile.