mercoledì 28 gennaio 2026

Welfare in Calabria, una lunga storia: la sana intesa fra monaci e governanti

Per secoli istituzioni religiose e laiche, soprattutto ordini mendicanti e sovrani illuminati, hanno collaborato nel garantire assistenza ai bisognosi


Una lunga storia, quella dell’assistenza sociale in terra di Calabria, dove le persone ammalate o bisognose, in altri termini la maggior fetta della popolazione, per secoli hanno potuto contare su istituzioni laiche e religiose. Nel tardo Medioevo, tra Duecento e Trecento, queste si sviluppano in modo notevole: le ha studiate Antonio Macchione (Università della Basilicata), autore di un articolo uscito sui Quaderni di storia religiosa medievale, editi da Il Mulino. Grazie a documenti inediti e ignorati, il ricercatore ha delineato un quadro molto più chiaro di quello disponibile in passato.

A cavallo dei due secoli, in Italia meridionale, si affermano progressivamente gli ordini mendicanti, impegnati nelle periferie della quotidianità. Un’attenzione a chi è povero e a chi emarginato subito còlta, dai ceti dominanti di svariata conformazione politica, come risorsa da impiegare nel controllo del territorio. Conveniva, ai gruppi di potere, il disporre di presìdi caritativi funzionali al generale soddisfacimento dei bisogni primari, tanto da determinarne un attivo sostegno finanziario. Si può dichiarare che proprio allora nasca in regione, intesa geograficamente quale l’estensione di terra a Sud della catena pollinare, un welfare maturo: contenere il disagio sociale equivale all’allontanamento del pericolo di epidemie e carestie, e similmente di moti di protesta e tafferugli urbani.

Già almeno dall’anno Mille, tuttavia, segnali di reti assistenziali andavano configurandosi; il guaio è che le tracce giunteci sono monche e minute. Era stata, quella, una transizione storica oltremodo marcata, un istante di accelerazione proiettata verso il progresso sociale; clima favorevole e innovazione tecnica di tra le cause, non già una (quasi) inesistente attesa di un’apocalisse invenzione storiografica successiva. Ad esempio lungo la Via Popilia-Annia, che attraversava la Calabria passando da Cosenza e Vibo e giungendo a Reggio, erano comparse strutture benedettine con annessi centri di accoglienza e soccorso. La loro solidità economica era saldamente ancorata alle rendite fondiarie. Si andavano poi aggiungendo gli ordini militari, dagli Ospitalieri di Malta ai Cavalieri templari sino agli Ospedalieri di S. Antonio di Vienne, anch’essi tutt’altro che mendicanti (è di metà Trecento la fondazione a Monteleone dell’ospedale di S. Spirito).

Tornando ai mendicanti, la cui regola impone assoluta nullatenenza, la precoce apparizione dei frati minori avrebbe fatto il resto, con una dislocazione omogenea dei centri. Alle soglie del quattordicesimo secolo, anche i domenicani si sono ormai diramati a tali latitudini e le prime confraternite laicali sono sbocciate ispirandosi a valori solidali. La chiave per interpretare correttamente l’evoluzione del fenomeno, come segnala lo studioso accademico, è custodita nelle volontà testamentarie dei gruppi all’epoca dominanti, non ipocritamente fautori di laute elargizioni a fin di bene.

Fogli da cui si libra impetuoso il grave disagio sociale dei meno abbienti, trasparente senza perifrasi da quanto si legge. In varie località della regione il sistema della concatenazione degli interventi si mostra parallelo: le élite cittadine con una mano foraggiano le fraternite religiose e con l’altra quelle laiche, ambedue attive sul campo ad alleviare la miseria. In alcuni documenti si notano strategie significativamente consolidate, che non si limitano alla distribuzione di beni bensì contemplano inoltre l’istituzione di fondi per facilitare le donne indigenti al matrimonio.

I modelli economici che si prospettano, a valle di provvedimenti via via più massicci, si delineano in alternativa agli schemi precedenti. La massa informe di individui reietti ed emarginati pervade città e campagne, e mitigarne le condizioni di vita contribuisce alla creazione di reti organiche per l’assistenza sul territorio. Con uno sguardo sulla meritata ricompensa da ottenere in Cielo, promessa sapientemente caldeggiata dai religiosi per stimolare vieppiù le generose donazioni.

martedì 20 gennaio 2026

Il Grand tour da Capo Vaticano a Pizzo: la Calabria che nel ‘700 trionfava indiscussa

L’intellettuale Henry Swinburne, tra i primi a visitare la regione, ne segnalò l’elevata bellezza


Che avventura, quella di Henry Swinburne! Tra il 1777 e il 1778 il nobiluomo inglese fu protagonista di un tour in Calabria degno della più alta considerazione. Aveva trentaquattro anni e venne a dimorare nella regione bruzia per un totale complessivo di circa un mese. Ha donato ai posteri pagine dal linguaggio di elevata precisione descrittiva. Con acume, passione e coinvolgimento ha saputo, meglio di tanti altri, scorgere i tratti distintivi della punta d’Italia.

Era il 7 maggio 1777 quando, dalle parti di Montegiordano, l’aristocratico accedeva al territorio calabrese in sella a un cavallo. Abituato a vivere in Francia, già conosceva il Bel Paese e il suo idioma avendo studiato presso la Reale Accademia di Torino. In prevalenza si occupava di arte e letteratura, e seppe emergere rispetto ai coevi intellettuali illuministi per la scelta coraggiosa di estendere l’imperativo viaggio nello Stivale spingendosi fino al profondo Meridione. Era Grand tour sino a Pompei ed Ercolano, ma poi si tramutava in incognita incerta e imprevedibile: scorrerie di briganti, strutture ricettive inesistenti, viabilità disastrosamente incespicante… Hic sunt leones!

Il nostro era un pioniere, lo stesso che poco prima si era intrattenuto nella penisola iberica, redigendo un resoconto fatto a modello per il diario stilato in Calabria. Non era il classico romantico in cerca di emozioni estatiche; a lui interessavano i fatti oggettivi, da indagare e conoscere in maniera scientifica. Era archeologo, quando andava in cerca delle tracce che testimoniavano il glorioso passato magnogreco. Era storico, allorché ne ricostruiva i processi di fioritura e declino tipici di qualsiasi civiltà. Era naturalista, se si abbandonava al piacere trasognato del rigoglioso paesaggio. Era sociologo, là dove si interrogava sul non celabile degrado dell’ambiente umano. Era antropologo, mentre si divertiva gustando le tipiche tradizioni popolari dei luoghi. Era geologo, ogniqualvolta forniva precise notizie su conformazioni fisiche e fenomeni vulcanico-sismici. Era economista, nel momento in cui indugiava sulle fiorenti produzioni che un po’ di benessere arrecavano. Era politico, allorquando denunciava lo sfruttamento feudale e le vessazioni legalizzate.

Così, nel febbraio 1778, Swinburne approdò sulla Costa degli Dei, doppiando Capo Vaticano, «famosa per la vittoria navale di Sesto Pompeo su Ottaviano». Per fare il proprio ingresso nel golfo di Sant’Eufemia raggiunse Tropea, dove alloggiò nel convento dei frati minimi: «La sua posizione è splendida, sulla cima di un’alta rupe a picco sul mare […] Poco a Nord si trovano un’isola grande, su cui le pecore vengono portate al pascolo, e una più piccola con un romitaggio sulla sommità, in una posizione molto romantica». Meno di un’ora e si ritrovò a Parghelia, «abitata da artigiani e marinai, i quali producono coperte di cotone che poi trasportano in barca a Marsiglia e Genova».

Monteleone, invece, era «una città notevole, […] in una posizione incomparabile, che già dalla strada avevo avuto la possibilità di ammirare a lungo», tantoché «da nessun’altra parte si potrebbe vedere un paesaggio più vario e ridente» e con appositi investimenti «diventerebbe il posto di vacanze in campagna più delizioso del mondo». Anche Sant’Onofrio era, a suo dire, «romantica», e Pizzo risultava abitata dai «più feroci e fuorilegge dell’intera provincia, anche se possiedono una tonnara assai remunerativa».

Sfogliando le pagine del “Viaggio nelle Due Sicilie” si leggono notizie altrimenti perdute. Un libello da riscoprire, alla maniera di novelli viaggiatori addobbati di sete e velluti ricamati.

martedì 13 gennaio 2026

Medicina e antropologia, un approccio innovativo: studio calabrese rivoluziona la sanità

L’articolo scientifico è il primo al mondo a proporre la nuova visione per la malattia venosa cronica


Ridurre l’angolo della visuale, segmentando le questioni con fare tecnico e specialistico, è senz’altro indispensabile in molti degli àmbiti quotidiani. Ma questo approccio, a volte, non basta. Se ne sono accorti Davide Costa e Raffaele Serra dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, autori del primo studio etnografico al mondo sulla malattia venosa cronica, pubblicato su una fra le maggiori riviste scientifiche in assoluto, Scientific Reports (terza più citata al mondo, dall’impact factor pari a 3,9 e appartenente alla famiglia di Nature). Notevole far presente che il periodico, se anche sia attento agli scritti di etnografia, ne ospita in totale soltanto 64 su milioni e milioni. E se finora a imperare era stata la prospettiva biomedica, con il rivoluzionario articolo intitolato “Uno studio etnografico sui determinanti socioculturali e le lacune del sistema sanitario nella malattia venosa cronica in Calabria” si inaugura l’approfondimento delle dimensioni socioculturali, capaci di modellare percezione, esperienza e trattamento della patologia.

Fattori sociali, culturali e strutturali non rivestono ruoli secondari nell’influenzare gli esiti della parecchio diffusa malattia venosa cronica, Calabria compresa. La coppia di ricercatori costituisce un ensemble d’eccellenza: Davide Costa è autore di oltre 80 pubblicazioni internazionali e 3 saggi, laddove Raffaele Serra è riconosciuto appartenere al top 2% dei maggiori scienziati sul Pianeta, a fronte di oltre 300 pubblicazioni all’attivo. Essi hanno condotto per sei anni, in un quartiere urbano di Catanzaro e in un villaggio rurale della Sila, osservazioni in prima persona e interviste con pazienti almeno cinquantenni, caregiver e operatori sanitari, lanciandosi in un campo quanto mai inedito con un bagaglio di strumenti altamente perfezionati in letteratura. Chi è affetto da tale condizione, a danno dei vasi sanguigni, vede limitare significativamente la qualità della propria vita: si passa da problemi estetici a più gravi complicazioni. I conseguenti dolore cronico e ristretta mobilità portano a una diminuzione di attività fisica e produttività lavorativa, scarso sonno e disagio psicosociale.

Le disparità socioeconomiche della regione calabra, unite con l’invecchiamento della popolazione e le carenze nell’accesso all’assistenza sanitaria, hanno convinto gli accademici a farne il caso di studio perfetto. È un ambiente che favorisce il mancato o ritardato trattamento di malattie croniche come la presente, magari mal gestite per periodi prolungati. E qua vanno a innestarsi, forti, tradizioni di cure erboristiche, rituali popolari eredi di saperi ancestrali. L’antropologia medica indaga come le malattie vengono vissute e narrate dagli impotenti protagonisti, resoconti che riflettono le identità di intere comunità.

L’esperienza della malattia venosa cronica è emersa nei pazienti attraverso tre livelli interconnessi: personale, sociale e sistemico; ognuno di essi modella il modo in cui i sintomi vengono interpretati, gestiti e vissuti. «Pensavo che fossero solo le mie gambe che si stancavano di lavorare la terra tutto il giorno. Chi va dal medico per le gambe stanche?», ha riferito un uomo di 68 anni. «In paese, diciamo che quando le gambe si gonfiano in inverno, significa che il freddo è entrato nelle ossa. Non è vista come una malattia», è la testimonianza di una donna di 74 anni.

Simili normalizzazioni dei sintomi non portano che al ritardo di diagnosi e prognosi, tuttavia scalfirle è parecchio complesso: sono atteggiamenti profondamente radicati e incorporati nei gruppi sociali di appartenenza. Si aggiungano le differenze di genere e di età: «Non volevo che qualcuno vedesse le mie gambe», ha confessato una 72enne; «Mio figlio mi ha detto di andare dal medico, ma io ho detto: “Gli uomini non piangono per le gambe doloranti”», ha sentenziato un 75enne.

Lacune istituzionali, stigmi sociali, credenze culturali: dai risultati si evince l’irrinunciabilità di integrare misure sanitarie con consapevolezza umanistica. Comuni nel Sud del Paese, in verità sono norma e costume in tutte quelle aree periferizzate dall’inurbamento dei territori. Senza dar conto di quanto direziona interiormente le nostre vite, come è nel caso di convinzioni e consuetudini, pensare a una medicina preventiva non è foriero di frutti.

venerdì 21 novembre 2025

1^ edizione: Calabria

Vibo Valentia. Nasce èdITAl, Festival delle Editorie Italiane Locali: ecco le date
Il progetto ideato dal divulgatore culturale Ivan Fiorillo e totalmente dedicato al mondo dell’editoria locale

Un Festival per promuovere il ruolo sociale e culturale dell’editoria locale, ma anche il valore che essa assume per diffondere idee e nuove conoscenze; da questa lodevole unione di intenti, prenderà presto avvio il progetto èdITAl – Festival delle Editorie Italiane Locali.

Previsto dal 12 fino al 18 ottobre, il festival si svolgerà presso la sede dell’Associazione culturale “Il Salottino”, ubicata a Vibo Valentia in via Casalello. In particolare, saranno previsti i seguenti orari di apertura giornalieri: dalle ore 10 alle ore 12:30 la mattina e, successivamente, dalle ore 17 alle ore 20.

Un’iniziativa, questa, che oltre a creare delle positive sinergie tra le realtà editoriali del territorio, è stata fortemente voluta ed ideata dal divulgatore scientifico vibonese e nostro collaboratore Ivan Fiorillo. Le case editrici che aderiranno sono: Edizione Beroe, La Rondine Edizioni, Edizioni Meligrana, Edizioni Leonida ed Editore Pellegrini.


Presenti all’iniziativa saranno anche Domenico Grillo, presidente dell’associazione “Il Salottino”, e Maria Concetta Preta che sarà madrina dell’evento e che affiancherà Ivan Fiorillo nella conduzione del festival.

Un festival dedicato al mondo dell’editoria locale a 360 gradi

Primo e unico festival italiano stanziale, interamente dedicato all’ecosistema dell’editoria locale e ai suoi protagonisti “dietro le quinte”, e nato dall’esperienza di una città Capitale Italiana del Libro, èdITAl è molto più di una semplice fiera del libro, ma un appuntamento annuale imperdibile che mette al centro i mestieri e le realtà che danno vita ai libri sul territorio. Il festival si distingue per avere un format del tutto dinamico.

Ogni anno, infatti, i riflettori si accendono su una diversa regione italiana, esplorandone a fondo il panorama editoriale locale. Quindi, si rivolge agli editori indipendenti, ai redattori, grafici, ai traduttori, ai correttori di bozze, ai librai e a tutti coloro che, con passione e con competenza, lavorano “dietro le quinte” di un libro. Tutti loro, tramite questo progetto, sono chiamati a incontrarsi, confrontarsi e condividere esperienze.

La scelta di puntare sull’editoria e sul libro è alla base stessa di èdITAl. Il festival, in più, sarà patrocinato dal Comune di Vibo e, questa prima edizione, è proprio dedicata al territorio calabrese. Un altro aspetto molto importante è quello relativo alla partecipazione delle scuole. A tal proposito, alcune parteciperanno la mattina e altre nel pomeriggio.

I vantaggi offerti dal Festival èdITAl

èdITAl riconosce nel libro lo strumento principe della cultura e, allo stesso tempo, il veicolo insostituibile, attraverso cui si tramanda la conoscenza, si stimola il pensiero critico e si diffondono idee. Promuovere il libro, in tal senso, significa investire nella crescita culturale e intellettuale della società. Il festival è dedicato a chi, con il proprio lavoro quotidiano, rende tutto ciò possibile. Come se non bastasse, èdITAl offre anche un palcoscenico unico per scoprire la ricchezza e la varietà della produzione editoriale regionale, promuovendo il dialogo tra professionisti di diverse aree geografiche e offrendo dei momenti di formazione e di aggiornamento, relativi a temi cruciali per la filiera del libro.

È un viaggio annuale attraverso l’Italia del libro locale, un’occasione per celebrare il valore del lavoro editoriale artigianale e innovativo che, lontano dai grandi circuiti, nutre la cultura e le identità territoriali. Un evento pensato per i professionisti del settore, ma aperto a chiunque voglia scoprire cosa si nasconde tra le pagine di un libro e conoscere le voci che lo rendono possibile.

Il Festival è aperto a tutti e sarà possibile incontrare personalmente gli editori, oltre a poter acquistare i loro libri. Tutti i contenuti dell’evento saranno quotidianamente pubblicati esattamente sul canale “PodcastFiore”, accessibile su tutte le piattaforme di podcasting al link: https://creators.spotify.com/pod/profile/podcastfiore/

Pasquale Scordamaglia

martedì 18 novembre 2025

èdITAl: Festival delle Editorie Italiane Locali

èdITAl è il primo e unico festival in Italia interamente dedicato all'ecosistema dell'editoria locale e ai suoi protagonisti "dietro le quinte". Non una semplice fiera del libro, ma un appuntamento annuale imperdibile che mette al centro i mestieri e le realtà che danno vita ai libri sul territorio.

Con una sede stabile a Vibo Valentia, Capitale italiana del libro 2021, èdITAl si distingue per il suo format dinamico: ogni anno, i riflettori si accendono su una diversa regione italiana, esplorandone a fondo il panorama editoriale locale. Editori indipendenti, redattori, grafici, traduttori, correttori di bozze, librai: tutti coloro che con passione e competenza lavorano "dietro le quinte" del libro vengono chiamati a raccolta per incontrarsi, confrontarsi e condividere esperienze.

La scelta di puntare sull'editoria e sul libro è alla base stessa di èdITAl. Riconosciamo nel libro lo strumento principe della cultura, il veicolo insostituibile attraverso cui si tramanda la conoscenza, si stimola il pensiero critico e si diffondono idee. Promuovere il libro significa quindi investire nella crescita culturale e intellettuale della società, e questo festival è dedicato a chi, con il proprio lavoro quotidiano, rende tutto ciò possibile.

èdITAl offre un palcoscenico unico per scoprire la ricchezza e la varietà della produzione editoriale regionale, promuovere il dialogo tra professionisti di diverse aree geografiche e offrire momenti di formazione e aggiornamento su temi cruciali per la filiera del libro.

èdITAl è un viaggio annuale attraverso l'Italia del libro locale, un'occasione per celebrare il valore del lavoro editoriale artigianale e innovativo che, lontano dai grandi circuiti, nutre la cultura e le identità territoriali. Un evento pensato per i professionisti del settore, ma aperto a chiunque voglia scoprire cosa si nasconde tra le pagine di un libro e conoscere le voci che lo rendono possibile.

Partecipa a èdITAl e scopri il cuore pulsante dell'editoria italiana locale, regione dopo regione.


giovedì 13 novembre 2025

Reportage di Marica Giurgola

I prati di Kore

Nella giornata del 30 aprile, insieme alla professoressa di Lingua e Cultura Latina e Greca, abbiamo partecipato alla mostra I Prati Di Kore, secondo me ben organizzata dal punto di vista culturale nonché estetico.
Nel cortile del liceo abbiamo incontrato Ivan Fiorillo, che spesso ci accompagna nelle nostre uscite culturali e ovviamente è sempre bello avere una persona tanto acculturata che ad ogni domanda che poniamo sappia rispondere, come la nostra adorata professoressa.
Durante il percorso per arrivare al castello abbiamo parlato dell’esperienza che ci attendeva. Noi siamo sempre pronti ad ascoltare la prof., spinti dal desiderio di conoscere, anche perché siamo una classe molto unita quindi qualsiasi esperienza è bella, perché siamo tutti insieme.
Prima di entrare al museo, ad aspettarci c’era l’addetta per verificare se la nostra entrata fosse autorizzata, e ci ha donato il biglietto che io terrò per ricordo.
Ci siamo poi trattenuti all’esterno, dove la professoressa ci ha spiegato in breve cosa fossero i prati di Kore e perché la mostra si chiamasse così. Ci ha mostrato un suo libro, che conteneva una bellissima poesia scritta in dialetto, incentrata sulla leggenda dei Sette Martiri di Monteleone.
All’interno della mostra, ci siamo immersi nell’antichità e mi sono immedesimata nelle donne greche dell’epoca: esse non vivevano tempi facili, ma tutt’ora stiamo combattendo per i nostri diritti. Noi ragazze, se usciamo di sera, viviamo con la paura di non ritornare più a casa o di ritornare con la vita segnata dalla violenza.
Gli argomenti che mi hanno più colpito sono stati: mito di Kore, leggenda di Diana Recco e monete di Pandina.
Kore era una bellissima ragazza che viveva nell'antica Grecia insieme alla sua mamma, Demetra, la dea del raccolto e della fertilità della terra, e Kore era la sua figlia adorata. Un giorno, mentre Kore stava raccogliendo fiori nel campo, il dio degli inferi, Ade, la vide e se ne innamorò perdutamente. Senza chiedere il permesso a Kore o a sua madre, Ade la rapì e la portò nel suo regno sotterraneo, chiamato il regno dei morti. Demetra era disperata quando scoprì che sua figlia era scomparsa. Iniziò a cercarla ovunque, ma non riuscì a trovarla. Nel frattempo, Kore si trovava nel regno degli inferi, spaventata e confusa. Durante la sua permanenza nel regno degli inferi, assaggiò un po' di melograno, il frutto simbolo dell’amore. Questo gesto la legò in qualche modo al regno di Ade e la rese impossibile da liberare completamente. Tuttavia, grazie all'intervento di Zeus, il re degli dei, si trovò un compromesso: Kore avrebbe trascorso parte dell'anno nel regno degli inferi con Ade e parte dell'anno sulla terra con sua madre, Demetra. Quando Kore tornava sulla terra, la natura si risvegliava e fioriva, portando la primavera. Quando invece doveva tornare nel regno degli inferi, la natura si addormentava e il freddo dell'inverno prendeva il sopravvento.
Questa storia spiega perché ci sono le stagioni e come Kore, diventata poi nota come Persefone, la regina degli inferi, ha un ruolo importante nella vita sulla terra.
In una saletta a parte abbiamo visto la laminetta di Hipponion in formato digitale, a parer mio un reperto interessante per la sua unicità, ma preferisco vederla dal vivo in originale. La laminetta è infatti un oggetto unico, creata circa 2.400 anni fa.
Questa minuscola foglia d’oro è importante perché ci aiuta a capire come le persone dell'antica Hipponion si relazionassero con il mondo dell’aldilà. Le scritte sembrano essere una sorta di promessa all’anima, che spera nell’immortalità.
Questo dimostra quanto fosse importante la religiosità allora. La versione digitale della laminetta ci permette di comprenderla meglio. È come un pezzo del puzzle della storia, che ci aiuta a capire la vita delle persone antiche e le loro credenze.
La giornata si è terminata con il rientro a scuola stanchi ma contenti di aver appreso così tanto in poco tempo.

martedì 11 novembre 2025

Reportage di Ilenia Polimeno

I prati di Kore

Il 30 aprile si è svolta la quarta e ultima uscita del percorso disciplinare: Voci e volti della città. Siamo tornati al “castello di Ruggero il Normanno”, che qui eresse una turris testimoniata dal cronista Goffredo Malaterra, lo storico di Ruggero II d’Altavilla, padrone dei nostri territori, già devastati da invasioni arabe, ove ammirò l’antica Hipponion, dispersa in rovine, e la nuova città cristiana Vibona.
Il Gran Conte di Sicilia e Calabria volle la sua capitale a Mileto, distrutta dal terremoto del 1783 che però non abbatté Monteleone, i cui abitanti non erano molto grati al conte poiché li defraudò del Vescovado (che ha sede appunto a Mileto, mentre prima apparteneva a Vibona). Essi lo maledissero e in una delle tante leggende popolari se lo immaginano incatenato ad una maledizione che ripete ciclicamente: Ruggero cerca la salvezza dai saraceni andando verso la spelonca di Bivona sul dorso del suo cavallo, ma il destriero non obbedisce al normanno riportandolo indietro al castello.
Abbiamo parlato con la prof. anche dei duchi Pignatelli (nobile ducato napoletano) e dei Sette Martiri (coloro che si opposero a questi ultimi), trucidati per la rivolta, fatti decapitare ed esposte le loro teste sui merli del castello (destino di chi fa una congiura contro il tiranno, che come sempre si vendicava decapitandoli o impiccandoli e facendo assistere al popolo tutto questo). Alla decapitazione dei martiri assistette Diana Recco, che era una bambina quando accadde tutto, e aspettò dieci anni per vendicare la morte di due dei sette martiri (di cui uno fratello e l'altro padre). Damigella di corte, al matrimonio della figlia del barone Lo Tufo estrae un pugnale e uccide colui che aveva ordinato la decapitazione dei congiunti. Successivamente abbiamo trattato lo spazio dedicato a “I prati di Kore”, dedicato alle storie di antiche donne vibonesi. Qui si trovano diverse teche che raccontano miti su vasi e reperti che appartengono al museo, tra cui il busto di una donna bellissima con una capigliatura molto particolare. Molti di quei vasi con disegni affrescati venivano dati in dono agli dei. Questa visita mi è piaciuta particolarmente poiché trattava proprio di donne. L’argomento che mi ha colpito di più è stato la storia di Diana Recco.

giovedì 30 ottobre 2025

Reportage di Sabrina Sirbu

I prati di Kore

Il 30 aprile abbiamo avuto l’onore e il piacere di visitare, guidati dalla professoressa Preta, la mostra “I prati di Kore" al Museo Archeologico V. Capialbi di Vibo Valentia.
Il castello, detto impropriamente normanno, ma più storicamente svevo, è simbolo incontrastato di Vibo. Verso la metà del XIII secolo gli Svevi arrivano dal freddo nord e si insediano nel sud Italia, la vecchia Magna Grecia che fu poi detta Calabria. Ruggero II eresse a Vibona una semplice torre che si protende verso i resti di un santuario dedicato a Demetra e Kore. Ma poi trasporta la cattedra episcopale a Mileto, che è sua capitale. Nonostante il castello sia intitolato a lui, Monteleone non è grata a Ruggero Conte d’Altavilla, e nelle leggende è destinato per un incantesimo infinito a rimanere sepolto in uno dei cunicoli del castello, divenuto la sua prigione eterna!
Abbiamo assistito poi alla lettura di una favola popolare scritta dalla prof. in dialetto calabrese, in forma di ballata, dedicata all’eroina Diana Recco, che si impegnerà nella vita per vendicarsi dell’uccisione del padre e del fratello, due dei Sette Martiri di Monteleone. Poi sarà anche damigella alla corte ducale dei Pignatelli, e tutti si innamoreranno di lei, ma si mantiene casta e pura, perché solo così la sua vendetta avrà senso.
I Prati di Kore sono un luogo ricco di significato nella mitologia, associato a Demetra, dea dei raccolti, e a sua figlia Persefone (Kore, in greco significa "ragazza" o "figlia"). Questi prati sono menzionati nei miti che riguardano la perdita e il ritrovamento di Persefone, la cui storia spiega il ciclo delle stagioni.
Mentre Persefone raccoglieva fiori, il dio degli Inferi, Ade, la rapì per farla sua sposa. Demetra, afflitta dalla scomparsa della figlia, rifiutò di far crescere i raccolti sulla terra, portando così carestia e disperazione agli dei e agli umani. Zeus intervenne per risolvere la situazione, determinando che Persefone trascorresse parte dell'anno con Ade negli Inferi e il resto con sua madre sulla terra. Questo mito spiega il ciclo delle stagioni: quando Persefone è con Demetra, la terra fiorisce (primavera e estate), mentre quando è con Ade, la terra diventa fredda e sterile (autunno e inverno).
“I Prati di Kore” sono dunque il luogo in cui tutto ha avuto inizio, dove la vita di Persefone è stata interrotta dal rapimento di Ade e dove Demetra ha iniziato la sua ricerca disperata. Si tratta di una mitopoiesi, che rappresenta simbolicamente la connessione tra dei e natura.
Demetra è associata alla fertilità della terra e al ciclo agricolo, mentre Persefone simboleggia la trasformazione e il rinnovamento attraverso la sua permanenza nel mondo sotterraneo e il suo ritorno sulla terra. Complesse furono le relazioni divine e umane nell'antica Grecia, in cui gli dei non erano solo figure distanti, ma esseri con cui gli umani interagivano attraverso rituali, sacrifici e pratiche religiose.
Durante la visita della mostra, abbiamo ascoltato una spiegazione accurata su Pàndina, misteriosa dea di Hipponion. Una dea in fondo né greca, né romana.
Il suo nome è un hapax legomenon (in greco “detto una sola volta”) che trova confronto solamente sulle monete della vicina città di Terina (Lametia): Pandina Eiponieon, “Pandina degli Ipponiati”, così viene definita la divinità raffigurata sulle monete in bronzo che la polis di Hipponion, governata dall’élite guerriera del popolo italico dei Bretti, emette tra la fine dei IV e gli inizi del III secolo a.C.
La dea è vestita con lunga tunica panneggiata (chiton) al di sopra della quale indossa una corta veste, stretta in vita da una cintura che fa aderire il tessuto al corpo. Sui capelli raccolti sta una corona: il diadema. Gli attributi propri da dea ne accrescono l’aura sacra, ma è difficile da definire rispetto a quanto noi sappiamo del Pantheon greco.
Un sottile scettro cornuto nella mano sinistra, sormontato da un globo o da una fiamma, è simbolo di una potenza dominante; la tracolla di una faretra, poi la fibbia a crescente lunare e la stessa fiamma rimandano alla sfera di divinità del “mondo liminare” ovvero che trasporta all’aldilà, come Artemide, e del regno ctonio come Ecate.
Il caduceo è indice di una divinità messaggera, accompagnatrice delle anime dei defunti, al pari di Hermes psicopompo. Infine vi è la frusta, il flagellum, proprio di una dea terrificante, vendicativa, temuta più che venerata, ma al contempo immagine di culti misterici e propiziatrice di fecondità.
Forse Pandina fu una dea della fertilità agraria assimilabile a Demetra (e alla latina Panda); forse una terrificante Ecate; forse la stessa Kore-Persefone nella sua foggia (epiclesi) di accompagnatrice delle anime dei morti.
Di certo Pandina è una divinità ancestrale, tutta ipponiate, che aspetta ancora di rivelarsi nelle sue prerogative.
Non finirò mai di ringraziare la professoressa Preta per avermi guidata in quest’immersione totale nel mondo della donna terrestre e divina, ovvero la mostra “Prati di Kore”!

martedì 28 ottobre 2025

Reportage di Benedetta Pizzonia

I prati di Kore

Martedì 30 aprile la professoressa Preta ha condotto la mia classe al Castello di Vibo Valentia e ci ha ripercorso la sua storia.
Dopo la rifondazione dei Normanni, seguita alle invasioni dei turchi che avevano devastato il territorio, rapito e violentato le donne condotte nei loro emirati per farne delle odalische, trucidato uomini, sgozzato bambini, arrivarono i teutonici, gli imperatori Svevi.
Nella metà del XIII secolo essi decisero di insediarsi nel Sud Italia, tra Puglia, Basilicata, parte della Campania, Calabria (antica Magna Grecia) e Sicilia. Federico II di Svevia è il vero costruttore del nostro castello. Prima vi era solo una torre di guardia normanna. Ciò è detto dal cronista Goffredo Malaterra, lo storico di Ruggero il Normanno, arrivato nella città cristiana chiamata Vibona, ossia la vecchia Hipponion, devastata dalle incursioni del X secolo d.C. (saracene, musulmane e arabe). Il conte di Sicilia e Calabria volle scommettere su tale territorio, anche sbagliando, innalzando una torre a forma di sperone, in direzione del Cofino, dove si trovavano i resti del santuario dedicato a Demetra e la figlia Kore, che lui spogliò del tutto, privando della cattedrale episcopale Vibona, che portò a Mileto (sua capitale). Ma il sisma del febbraio 1783 rase al suolo la sua Mileto ma non distrusse la torre di Monteleone.
Sebbene il castello sia intitolato a Ruggero il Normanno, i monteleonesi non amarono la sua figura e secondo la leggenda (in dialetto faragula) egli è destinato per una malia a restare sepolto in uno dei cunicoli del castello (che eresse il suo successore Federico II di Svevia).
Ruggero pensava di poter sfuggire ai saraceni e trovare la salvezza attraverso i cunicoli del castello sul suo cavallo nero e arrivando alla spelonca di Bivona, ma fu impedito dall’incantesimo che lo riportò indietro con il cavallo e incatenò per sempre la sua anima al castello.
Nella fortificazione sveva vi sono gli avamposti dove si ponevano le sentinelle che facevano il camminamento di ronda, tenendo sotto controllo gli attacchi.
Gli Spagnoli mandano i Pignatelli da Napoli, ai quali si oppongono i Sette Martiri di Monteleone, che furono trucidati proprio nel castello dai complici del duca Pignatelli, che sottomise a tradimento la città.
Tra gli scritti di Giovan Battista Marzano c’è la sua versione di questa storia leggendaria, dato che la verità non è stata riportata dagli storiografi di corte, servi del Pignatelli, a differenza del popolo che narra una contro-storia.
Diana Recco al matrimonio della figlia del barone Lo Tufo, che aveva infeudato Monteleone per conto del Pignatelli, estrae un pugnale e uccide il messere, compiendo una vendetta attesa per dieci anni, consapevole delle conseguenze: lo fece per amore della sua patria. È dunque anche lei una antica donna vibonese e la prof. ci ha svelato la sua figura. Arrivati i Greci da Locri nel nostro territorio, insediatisi sulle coste, fondano una polis ricca e potente: Hipponion, detta “la città di Kore”. Con la metafora “i prati di Kore” si indica un luogo magico (locus amoenus), dove la fanciulla, la kore, raccoglie i fiori con le ninfe per fare una corona dedicata alle divinità. La ragazza è figlia della dea Demetra (sorella di Zeus) e nipote di Plutone, che la rapisce, la porta nell’Ade e la rende sua sposa col nome di Persefone; secondo una versione del mito il ratto di Kore avvenne sui prati di Hipponion, secondo un’altra versione invece sui prati di Enna (città siceliota).
Artemide è la dea della caccia, considerata “eterna ragazza“. Libera, autosufficiente, determinata, pietosa verso Ifigenia, che salva dal sacrificio e rende sua sacerdotessa, Diana è terribile e precisa a scoccare le frecce per uccidere i suoi nemici. Artemide possiede tanti volti, proprio come la donna di Hipponion.
La professoressa ha terminato la narrazione sulla mostra con l’illustrazione della figura della c.d. Messalina Valentina (appellativo per indicare gli abitanti di Vibo Valentia), una principessa del I secolo d.C., molto bella e con un’acconciatura elaborata, in auge alla corte dei Giulio-Claudii, ma che cadde in disgrazia e fu giustiziata. Ella aveva probabilmente dei possedimenti in zona, come la villa marittima dove la sua testa fu rinvenuta nell’ '800, oppure era imparentata con i proprietari. Davvero un’esperienza fantastica conoscere i tanti volti della donna antica!

giovedì 23 ottobre 2025

Reportage di Alexandra Guerrera

I prati di Kore

Il 30 aprile abbiamo partecipato all'ultima tappa del progetto Voci e volti della città, ideato e diretto con maestria dalla professoressa Maria Concetta Preta.
Questa fase finale ha riguardato la mostra organizzata presso il Museo Archeologico, intitolata "I prati di Κόρη". Curata personalmente dal Direttore Maurizio Cannatà, trova sede nella Torre Nord del castello. L'obiettivo della mostra è quello di esplorare le figure femminili di spicco dell'antica Hipponion.
Un emblema femminile, seppur riferito al periodo aragonese (XVI secolo) è Diana Recco, protagonista di una leggenda collegata al castello.
Essa narra di come, avvenuta a tradimento l'occupazione militare di Monteleone da parte dei soldati di Ettore Pignatelli, capitanati da Giovanni del Tufo, che fece strage di sette eroi, Diana Recco vendicò la morte di questi uccidendo del Tufo nel giorno delle nozze della sua figlia in Lucania.
La mostra, sebbene contenente un numero limitato di reperti, è un'occasione unica per apprezzare la bellezza di ogni manufatto.
Questo aspetto è stato sottolineato dalla professoressa Preta e dall’instancabile assistente, il blogger Ivan Fiorillo, che hanno guidato la visita con passione e competenza.
Aspetto interessante è la presenza di alcuni reperti di grande valore storico e artistico. Tra i quali, il busto (forse) di Messalina in basalto nero, ritrovato sul finire dell’ '800 in una villa suburbana d’età romana in zona Marinate, prestata agli Stati Uniti per lungo tempo, prima di fare ritorno nella sua sede.
Inoltre, è esposta virtualmente la laminetta orfica in oro, risalente al V secolo a.C., trovata in una tomba di una ragazza, contenente un vademecum per l'aldilà, scritto in minuziosa grafia greca.
La mostra mette in luce il patrimonio culturale di Hipponion/Valentia, spesso bistrattato dai cittadini o poco fruibile.
Vederla è un momento significativo per valorizzare e preservare le testimonianze del passato, come parte integrante dell'identità e della storia della comunità locale.
Sono grata a persone come la professoressa Preta, che con impegno e passione contribuiscono a promuovere tali meraviglie!

martedì 21 ottobre 2025

Reportage di Nicola Purita

I prati di Kore

Il 30 aprile, accompagnati dalla professoressa Preta, abbiamo visitato la Mostra “I prati di Kore”. Questa uscita ha rappresentato l’ultima fase del progetto Voci e volti della città. Abbiamo prima sostato nel cortile del nostro liceo, dove ad aspettarci c’era l’amatissimo divulgatore scientifico Ivan Fiorillo, che ci ha accompagnato nella visita.
Prima di partire, abbiamo fatto la foto di rito sotto il portico per avviare il nostro viaggio culturale in direzione del castello normanno, che occupa il colle che fu l’acropoli di Hipponion. Appena arrivati, ci siamo seduti in circolo sul prato antistante la struttura dove la professoressa ha tenuto un briefing, parlandoci del mito di Kore e della storia della costruzione del castello.
La prof. ci ha recitato inoltre una sua poesia contenuta in uno dei suoi libri, che tratta la leggenda di Diana Recco. Dopo l’insediamento proditorio dei Duchi Pignatelli, i nobili monteleonesi, in segno di protesta, si trasferirono a Tropea, città libera da gioghi feudali.
8 maggio 1508: all’alba sette teste umane sono esposte dai merli del castello e i loro corpi mutilati e torturati penzolano dalle mura. Sono i Sette Martiri: Giovanni e Ortensio Recco, G. Battista Capialbi, Domenico Milana, Francesco D’Alessandria, Sante Noplari, Tolomeo Ramolo. Ogni notte dell’8 giugno fino al giorno in cui i martiri non saranno vendicati, scenderà dal castello, per percorrere le vie della città, un cavallo bianco che lancia terrificanti nitriti e sprigiona faville dagli zoccoli. Diana Recco, sorella e figlia di due martiri, all’epoca dell’eccidio aveva 12 anni, essendo nata nel 1498, e dopo il fatto tragico, emigrò con il resto della famiglia a Tropea. Arrivò il momento della vendetta: donna Caterina Recco, la madre, con la complicità di alcuni nobili monteleonesi trapiantati a Tropea, fece invitare la figlia al seguito di Joannes Baptiste Spinellus, firmatario, insieme al Barone Lo Tufo, delle Gratiae atque privilegia concessi alla città di Monteleone da Ettore Pignatelli il 13 marzo 1504, cioè quattro anni prima della strage, e mal graditi agli oligarchi. Durante i festeggiamenti per le nozze di Maddalena Lo Tufo, Diana, poco più che ventenne, uccise con il pugnale Giovanni Lo Tufo nel palazzo baronale di Lavello in Lucania.
La Mostra “I Prati di Kore” presenta reperti inediti, conservati nei depositi del Museo o frutto di scoperte recenti. Essa nasce dalla collaborazione tra la Direzione regionale Musei Calabria e il Polo per l’Innovazione.
Se la società greca antica fu maschilista, furono però le donne, e non gli uomini, a rappresentare al meglio l’intera, attraverso i loro sentimenti. E lo vediamo dal mito o dalle tragedie greche, in cui i personaggi femminili danno volto alle mille sfaccettature del pensiero e dell’agire umano.
Ammirata la bella esposizione di statuette, busti, vasi e monete, sulla loggia d’ingresso abbiamo scattato una foto con il libro della professoressa in mano a Ivan.
Che giornata interessante è stata questa! Ci ha aiutato a capire ancora di più la storia della nostra città, grazie alla donna antica. Di solito si dà importanza all’uomo, all’eroe forte e potente, e non si tiene in conto che esso può essere sovrastato dalla furbizia e dall’astuzia di una donna!

giovedì 2 ottobre 2025

Reportage di Vanessa Corigliano

I prati di Kore

Il 30 aprile la mia classe, con la prof. Preta, è tornata al castello di Vibo Valentia. Esso sorge dov'era ubicata grosso modo l'Acropoli di Hipponion, che in parte occupava con i suoi templi le vicine alture vicine, Cofinello e Cofino. Nonostante la prima fase di costruzione della struttura venga volgarmente attribuita all'età normanna, in realtà risale al periodo svevo, quando Matteo Marcofaba, governatore della Calabria, venne incaricato da Federico II di ricostruire quello che venne detto poi il Borgo Novo. Il castello, ampliato da Carlo d'Angiò nel 1289, assunse più o meno un aspetto simile a quell'odierno. Rafforzato dagli Aragonesi nel XV secolo e rimaneggiato dai Duchi Pignatelli, signori di Monteleone tra il XVI e il XVII secolo, perse quasi del tutto la funzione militare, assumendo quella di abitazione nobiliare. Il secondo piano fu demolito di proposito, in quanto pericolante, a causa dei danni riportati dopo il terremoto del 1783. Il castello presenta oggi delle torri cilindriche, una torre speronata ed una porta ad una arcata di epoca angioina.
Nella storia di Monteleone si racconta di una donna molto coraggiosa: Diana Recco. Nel 1502, dopo essere stato feudo dei Brancaccio, Monteleone riprende il libero status di città demaniale, condizione che però durerà pochissimo. Infatti sei anni dopo, Ettore Pignatelli, sulla base di documenti contestati dai nobili di Monteleone, fa occupare la città dalle sue milizie. Il conte asserisce di averla acquistata in feudo nel 1501 dal defunto re d’Aragona, ma di non essersi mai recato per prenderne possesso per alterne vicende, aggiungendo che il suddetto privilegio gli fosse stato confermato da re Ferdinando III nel 1506. Pignatelli affida il compito di prendere la città a Giovanni Del Tufo (o Lo Tufo), uditore del Re e Barone di Lavello in Lucania, che attraversa le mura angioine di Monteleone a capo di un drappello di sgherri e, tra le ostilità dei cittadini, si impossessa del maniero federiciano. Qui il Del Tufo, trascorsa una settimana, nel corso della quale si adopera ad assoldare mercenari, convoca i capi della rivolta con il pretesto di trattare, ma affoga il loro urlo di libertà nel sangue. Quando l’alba con le sue dita di rose cominciava a colorare le volte oscure del cielo, apparvero agli sguardi dell’atterrita città i sette cadaveri degli infelici monteleonesi che penzolavano e facean mostra sanguinosa di sé dai merli del castello. Un destriero chiede vendetta per i sette uomini uccisi in così tragico modo. All’alba di un bel giorno esso smette di scalpitare per le vie di Monteleone. Diana Recco, figlia e sorella di due dei sette martiri, decide di compiere la vendetta tanto attesa. Da piccola non aveva potuto farlo, ma adesso ha la forza e la ferma determinazione perché avvenga il compimento di un ineluttabile fato. Nella primavera di un bel giorno di inizio ‘500, in sella a un cavallo bianco, parte per recarsi a Lavello, dove Giovanni Del Tufo risiede. Nel centro lucano sono in programma le nozze della figlia del barone, Maddalena, con Ludovico Abenavoli. Egli nel 1503 aveva partecipato alla disfida del 13 febbraio contro i Francesi a Barletta, ragione della sua fama presso i posteri. Fuggito da Terni dopo avere visto la sua fidanzata Biancofiore in braccio a un altro, aveva successivamente sposato Letizia Asprella e ora in seconde nozze è pronto ad impalmare Maddalena Del Tufo. Nel 1519 Diana Recco si vendica ed uccide Giovanni Del Tufo. Dopo fugge e di lei non si sa più nulla. Viene accolta in qualche convento, come avviene spesso in quegli anni, specie dopo fatti di sangue. Tra storia e leggenda, Diana rappresenta l’esempio di una eroina che ha dato tutto per ottenere giustizia.
La professoressa Preta – dopo averci narrato questa leggenda popolare - ci ha fatto visitare la bella mostra “I Prati di Kore”, frutto di un ambizioso progetto culturale, che nasce da un proficuo accordo di collaborazione tra la Direzione regionale dei Musei di Calabria, guidata da Filippo Demma, e il Polo per l’Innovazione, la Cultura e il Turismo “Cassiodoro”. Si tratta di un approfondimento sull’universo femminile antico in chiave contemporanea. Poiché se la società greca antica fu profondamente patriarcale e maschilista, è altrettanto vero che per i Greci furono le donne, e non gli uomini, a rappresentare al meglio, con il loro essere, l’intera umanità. Fu l’universo femminile, e non quello maschile, a dominare il mito, ovvero quel sistema narrativo creato dai Greci (e insuperato da ogni altra cultura), volto a spiegare l’origine e il significato più profondo dei fenomeni umani e del cosmo. Tanti sono i personaggi femminili indimenticabili della letteratura greca, che hanno dato volto alle mille sfaccettature del pensiero e dell’agire umano. Antigone ad esempio, che vive ancora oggi in centinaia di testi di tutte le lingue, a esprimere il primato della legge morale su quella dello Stato, corrotta da periodi di oscurantismo e negazione dei diritti universali. E altrettanto numerose le divinità femminili, come la “nostra” Persefone.
Questa giornata museale è stata perciò un’ennesima esperienza molto intensa!

martedì 30 settembre 2025

Reportage di Irene Varì

I prati di Kore

Giorno 30 aprile, insieme ai miei compagni e alla professoressa Preta, mi sono recata di nuovo al castello normanno-svevo di Vibo, stavolta per visitare la mostra “I prati di Kore”. Partiti verso le 10:30, siamo giunti alla méta alle 11:00.
Mentre camminavamo, abbiamo ripassato la storia del castello. Esso è un’imponente fortezza situata sull’acropoli della città. Avviato nell’XI secolo dai Normanni, ha subito nei secoli le influenze di diverse dominazioni, come quella angioina e aragonese. Caratterizzato da imponenti mura, torri e cortile interno e da un camminamento di ronda che offre una suggestiva vista panoramica, che a colpo d’occhio abbraccia mare, monti e tutta la città sottostante. Il castello ha preso origine dai Normanni, che costruirono un torrione come parte del sistema difensivo più esteso. Poi vennero gli Svevi, una dinastia tedesca che regnò sul Regno di Sicilia e di Napoli, dopo la morte dell'ultimo sovrano normanno.
Ruggero fu uno dei più importanti sovrani normanni, fondatore della Contea di Sicilia. Anche se non è specificamente associato alla costruzione del nostro castello, la sua influenza si sente, come d’altronde la presenza normanna a Mileto, Arena, e in generale nella zona delle Serre vibonesi. Ruggero creò un potente regno nel Mezzogiorno, dove contribuì alla fusione delle culture normanna, latina e araba.
Nel XIII secolo, Federico II di Svevia fu uno degli imperatori più noti del Medioevo europeo, ed era detto “Stupor mundi”. Imperatore del Sacro Romano Impero, si può considerare il successore di Carlo Magno. Fu re di Sicilia fino alla sua morte (1250). Certo fu più direttamente coinvolto nella costruzione del castello di Vibo, lasciandovi un’impronta indelebile. Secondo me il castello è davvero impressionante sia dal punto di vista storico che architettonico, testimonianza affascinante del passato. Entrarvi è come fare un viaggio nel tempo!
Sul prato antistante il castello, seduti in circolo, abbiamo narrato una leggenda del volgo. Il popolo di Monteleone infatti trasmette una favola che la nostra prof. ha conchiuso nella “Ballata di Diana Recco”, recitata in vernacolo. Si narra che i Sette Martiri di Monteleone, schierati contro i duchi Pignatelli, sono decapitati. A guardare inorridita le sette teste che pendono dai merli del ‘superbo maniero’ c’è una bambina: Diana Recco, che aspetta dieci anni per vendicarsi, essendo figlia e la sorella di due dei sette eroi uccisi. Damigella alla corte ducale dei Pignatelli, bella popolana che tutti vorrebbero amare, si mantiene illibata perché così la sua vendetta avrà senso se non sarà legata a nessuno, libera di scegliere la “bella morte”. Al matrimonio della figlia del barone Lo Tufo - che aveva infeudato per conto dei Pignatelli la civitas a tradimento – pugnala a morte quest’ultimo, fautore della decapitazione dei martiri di Monteleone. Una leggenda legata al castello, che eternizza la nostra civica paladina!
Quindi la prof. ci ha illustrato la mostra I Prati di Kore. Il mito di Kore, o Persefone è uno dei più affascinanti del pantheon greco. Kore era la figlia di Demetra, la dea della fertilità e dell'agricoltura. Figura di bellezza straordinaria, rappresentava la primavera e la rinascita. Un giorno, mentre raccoglieva fiori in un prato, fu rapita da Ade, il dio degli inferi, che se ne innamorò. Non era sola al momento del rapimento, con lei vi erano le compagne, le Ninfe. Ade la portò con sé negli inferi, dove la convinse a diventare sua regina, offrendole il frutto del melograno, che rappresentava il legame tra sposi. La madre Demetra, disperata, fece diventare la terra sterile, causando una terribile carestia. Gli dei intervennero per evitare il disastro e convinsero Ade a restituirle Kore, ma poiché aveva mangiato i semi del melograno, doveva rimanere con lo sposo per una parte dell'anno. Così, Kore trascorreva sei mesi con sua madre sulla terra, durante la quale la natura rifioriva e si manifestava la primavera, e l'altra parte dell'anno con Ade negli inferi, e la terra ‘si addormentava’ e iniziava l'autunno e a seguire l’inverno.
I Greci identificarono proprio le campagne di Hipponion come luogo del mitico rapimento di Kore, poiché qui, più che altrove, era particolarmente radicato il culto della dea, perché Hipponion era “figlia” di Locri, dove Persefone era veneratissima. Le ipponiati la adoravano, indossando, durante le feste in suo onore, corone di fiori uguali a quelle intrecciate dalla dea al momento del rapimento.
Ecco spiegato il titolo della mostra: I prati di Kore, che muta l'area verde del museo vibonese in un giardino delle delizie! Essa nasce dalla volontà di far riscoprire la figura femminile antica. La storia ci svela che quella greca antica fu una società patriarcale. Ai soli uomini della polis era riservata ogni libertà, mentre le donne vivevano nel gineceo, recluse nell’oikos. Tanti però sono i personaggi femminili che dimostrano di essere liberi sia nella letteratura (Elena, Penelope, Clitemnestra, Antigone… e molte altre) come nel campo religioso, appunto Persefone o Artemide. Senza donne così non sapremmo cosa siano l’amore, il dolore, la colpa. Le figure femminili ne “I prati di Kore” diventano simboli di fertilità, rinascita e protezione della natura. Recita il sottotitolo: Storie di antiche donne vibonesi. Ospiti della torre del castello, elle riprendono vita per noi!
Inoltre Hipponion, insieme a Terina, antica Lamezia, venerava una dea misteriosa: Pandina Eiponieon, “Pandina degli Ipponiati”: così viene definita la divinità raffigurata sulle monete in bronzo che la polis emette tra la fine dei IV e gli inizi del III secolo a.C. La dea è vestita con una lunga tunica, al di sopra della quale indossa una corta veste aderente con scollo a V, fermata in vita da una cintura che mette in risalto le forme. In testa è presente nella gran parte dell’iconografia un diadema, segno regale. Secondo una leggenda, a Hipponion era “La Giustiziera”, una figura imperiosa di dea vendicatrice quale appare sulle monete. Il suo nome in greco antico vuol dire: “Tutta paura” o “Straordinaria”. Esiste, inoltre, la favola orale di Pandina. Donna di straordinaria bellezza, la sua vita fu segnata da una profezia che predisse la distruzione della terra natale. Pandina decise di fare tutto ciò che era in suo potere per proteggere il popolo e si rivolse agli dei per chiedere aiuto e fu ricompensata con poteri magici, ma morì in battaglia. Un’altra leggenda intrisa di coraggio e sacrificio per il bene comune.
Il castello, luogo perfetto da esplorare per riflettere sulla storia, ospita dunque un tesoro!
Visitare la mostra è stata un’esperienza indimenticabile, che ha permesso di connettermi con l’Antichità che studio sui libri di Greco e Latino. “I prati di Kore” è un’iniziativa che unisce la bellezza della natura circostante il castello con la creatività che permette di rileggere l’Antichità con l’idea di trasformare uno spazio verde in un luogo per celebrare Kore, associata alla primavera e alla rinascita. Credo che sia un esempio positivo quando il passato e il contemporaneo interagiscono, arricchendo il patrimonio culturale della comunità e offrendo nuove prospettive sulla relazione tra arte, natura e mitologia.
Questa giornata al castello mi ha davvero acculturata! Acculturarsi è fondamentale perché dà la possibilità di ampliare le prospettive su ciò che è possibile raggiungere nella vita. La mia gratitudine alla professoressa per averci accompagnati al castello. Grazie alla sua guida entusiastica, abbiamo vissuto un'esperienza educativa. La sua passione per l'arte e la cultura ha reso la visita ancora più speciale!

domenica 28 settembre 2025

Reportage di Alessandro Mazzotta

I prati di Kore

Martedì 30 aprile abbiamo svolto l’ultima giornata dedicata al progetto Voci e volti della città, organizzato dalla prof.ssa Maria Concetta Preta, con la visita alla mostra allestita presso il Museo Archeologico cittadino, dal titolo “I prati di Κόρη”. Incentrata su alcune figure femminili dell’antica Hipponion nel periodo ellenico, l’esposizione è stata inaugurata il 28 febbraio, per concludersi lo stesso giorno del prossimo anno. È a cura del Direttore Maurizio Cannatà, che le ha destinato la Torre Nord del castello, risalente al XVI secolo. Ed è proprio su questo mastio d’epoca sveva che si consuma la leggenda, intrisa forse di un fondo di verità, di una delle più celebri donne vibonesi: Diana Recco. La sua ‘storia’ affonda le radici nel XVI secolo: nel 1508 Monsleonis viene occupata militarmente dai soldati di Ettore Pignatelli, capeggiati da Giovanni Del Tufo (o, secondo altri, Lo Tufo). Fra le accese proteste della popolazione, capeggiata da un’oligarchia di nobili, i suoi sgherri marciano fino al castello, del quale prendono possesso. Con il pretesto di trovare un accordo bilaterale, il neo-despota Del Tufo convoca i capi dell’insurrezione, uccidendoli a tradimento ed esponendo i loro cadaveri, come racconta l’esimio storico monteleonese Giovan Battista Marzano, sui merli della fortezza federiciana, a mo’ di avvertimento per tutti i rivoltosi ancora speranzosi. Coloro che sono stati brutalmente ammazzati avevano nome e cognome, riportati fedelmente sempre dal sopracitato Marzano: Giovanni e Ortensio Recco, Giambattista Capialbi, Domenico Capialbi, Francesco d’Alessandria, Sante Noplari, Tolomeo Ramolo. Diana Recco, parente dei due Recco, si vendica uccidendo Lo Tufo nel giorno delle nozze della figlia, accoltellandolo al cuore. A lei la professoressa Preta, sfruttando il suo talento da scrittrice, ha dedicato una poesia, naturalmente in dialetto, e un intero romanzo, dal titolo L’ombra di Diana.
La mostra, purtroppo, non dispone di moltissimi pezzi, ma, come fanno giustamente notare la docente e il suo fido assistente e blogger Ivan Fiorillo (in prima linea in ogni suo programma), è un bene poiché in tal modo lo spettatore può apprezzare sino in fondo la bellezza di ogni manufatto, con tema principale, come già detto, la donna dell’antica colonia greca. Persefone stessa, che dà il nome al progetto, è stata una figura divina ipponiate di primo piano: alcune versioni del mito che la riguarda identificano proprio la terra vibonese come luogo del celeberrimo rapimento, operato dallo zio Ade che la costringerà poi a diventare sua sposa. Più spesso, comunque, si tende a ritenere la città siciliana di Enna come “reale” teatro del mito. Tra i pezzi esposti, è da notare la testa di basanite ritrovata in una tenuta d’età romana marittima, che era stata prestata agli Stati Uniti (a Princeton) per lungo tempo, prima di fare ritorno a Vibo Valentia.
Nella seconda e ultima sala è presentata la storia della “laminetta orfica”, presente nel museo ma da tutt’altra parte, una delle pochissime a essere mai state ritrovate: realizzata in oro, è stata ritrovata in una tomba di una ragazza giovane, attribuita al V secolo a.C.; la sua superficie è decorata con una minuziosa calligrafia in lingua greca, il cui testo recita alcune indicazioni su come comportarsi una volta che l’anima del seguace dell’orfismo sia giunta nell’aldilà, liberandosi del (fastidioso) corpo. Sono disposti, inoltre, lungo le pareti molti vasi e statuette, in apposite teche munite di utili didascalie.
Giunto alla fine del mio percorso di formazione annuale, posso senz’altro affermare di essere stato avviato a un’esperienza molto positiva che ricorda come non serva andare lontano per trovare le tracce dell’antichità.
Un’attività, questa del 30 aprile, che valorizza enormemente il nostro sconfinato, ma poco apprezzato patrimonio culturale, che sembra essere disprezzato e tenuto in scarsa considerazione persino dai vibonesi stessi. Ringrazio dunque persone come la mia insegnante, che fanno del proprio mestiere una passione, in veste di guida alle nostre bellezze. Come lei ama ripetere, se è possibile, è sempre meglio scegliere la restanza, poiché è grazie al coraggio e all’amore di chi opta per la nostra terra che possiamo sperare di arrivare, un domani, al suo rilancio. Il quale, stando così le cose, rimane un miraggio.

giovedì 25 settembre 2025

Reportage di Aurora Lo Mastro

I prati di Kore

A dicembre ci siamo recati al museo archeologico statale Vito Capialbi per una visita guidata dalla professoressa Preta, durante la quale abbiamo visitato le sale destinate all’esposizione dei vari manufatti di epoca greca e latina e abbiamo ammirato il monetiere del conte Capialbi.
L’ultimo giorno di aprile è avvenuta la quarta e ultima uscita di Voci e volti della città all’interno delle salette della mostra “I prati di Kore”. Questa volta, in nostra compagnia, vi era anche il blogger Ivan Fiorillo, che spesso collabora con la nostra insegnante in vari progetti.
Seduti sul verde prato, sotto il sole primaverile, io e la classe abbiamo ascoltato attentamente la storia delle origini di Vibo, narrata dalla professoressa. Il castello è impropriamente detto di Ruggero il Normanno, ma più storicamente di Federico II di Svevia.
Il cronista Goffredo Malaterra racconta che Ruggero arrivò in questi territori, devastati dalle incursioni saracene, e trovò i ruderi della vecchia Hipponion. La cosa buona fu che eresse una grande torre, che è un cuneo, quasi la prua o prora di una metaforica nave che si slancia verso la collina detta “il Cofino”, dove vi erano i resti di un santuario dedicato a Demetra e alla figlia Kore. Successivamente privò della cattedra episcopale Vibona (detta poi Borgonovo e poi Monteleone da Federico di Svevia) e la portò a Mileto, voluta come sua capitale. Mileto odierna non è la vecchia città, rasa al suolo dal terremoto del 1783, che però non distrusse la torre normanna di Vibo. I suoi abitanti non amavano la figura di Ruggero: secondo il popolo e la sua inesausta fantasia, egli è destinato per una malia a rimanere sepolto in uno dei cunicoli del castello. I Monteleonesi maledissero Ruggero - per averli defraudati della cattedra episcopale - con un incantesimo che si perpetua nei secoli. Egli sul dorso del suo cavallo nero, nei cunicoli sotterranei, cerca di salvarsi dai saraceni e pensa di poterlo fare raggiungendo la Spelonca di Bivona, ma non è così perché è incatenato all’incantesimo dunque al castello: il cavallo si imbizzarrisce e lo riporta nel castello, dove è incatenato per sempre il suo fantasma.
Un’importante figura è un’eroina che fa parte delle leggende, e non è Kore, che appartiene al mondo dei miti greci. Questa leggenda del 1500 è intrisa di amore verso la propria terra, e venne narrata dal popolo oralmente. La professoressa Preta ha composto una favola in versi in dialetto, una ballata popolare per Diana Recco, l’eroina di cui parliamo. I merli del castello erano fortificazioni sulla sommità dove si ponevano le sentinelle per fare le veglie, per proteggere dagli invasori, che furono i Pignatelli, ai quali si opposero i Sette Martiri di Monteleone, che nel castello vennero decapitati e a guardare le teste che penzolavano dai merli c’era Diana Recco, figlia e sorella di due dei sette martiri, e per questo si vendicò. Dieci anni dopo divenne damigella alla corte ducale dei Pignatelli, tutti si innamoravano di lei ma si mantenne vergine. Durante il matrimonio della figlia del barone Lo Tufo - o Del Tufo - uccise quest’ultimo, poiché aveva ordinato la decapitazione del padre e del fratello. Dunque la favola versificata narra la vendetta di Diana.
Una volta entrati nel museo, abbiamo ammirato la mostra in cui protagoniste sono le antiche donne vibonesi: Diana Recco e Kore, poiché Monteleone prima Hipponion fu la loro città. I prati di Kore è una metafora per alludere alla città di Hipponion, dove i prati sono un paradiso, dove la Fanciulla, nel mito, raccoglieva i fiori con le amiche, magari per farne una corona da dedicare a una divinità o semplicemente per divertirsi, mettendo i fiori nei capelli. Ma proprio su questi prati la ragazza venne rapita e portata dallo zio Ade nell’oltretomba, dove divenne sua sposa. C’erano due varianti del mito: la più accreditata racconta che la giovane fosse stata rapita ad Enna, città siceliota fondata dai Greci; un’altra variante nella mitografia sacra è che Kore si trovasse con le sue amiche sui prati di Hipponion, vantati da tutti coloro che hanno scritto della città. Possiamo parlare di: Duride di Samo, etnografo ellenistico; Timeo di Tauromenio, storico di Taormina; Strabone di Amasea; ancora nella tragedia intitolata Alessandra, di Licofrone di Calcide, si parla di Hipponion. Secondo una variante del mito di Eracle, egli sarebbe passato da Tropea e Vibo; oppure secondo altri miti Oreste sarebbe venuto nel tempio di Proserpina al mare di Hipponion, perseguitato dalle Erinni vendicatrici dopo aver ucciso sua madre. Possiamo dunque affermare che la nostra città è sempre stata presente nei miti.
All’interno della sala abbiamo visto diverse effigi femminili, perché, come dice la professoressa, attraverso la donna passa la storia reale. Abbiamo potuto ammirare come le donne si vestivano, come si acconciavano, i loro sorrisi o i loro desideri; ancora un busto in basalto nero della principessa d’epoca Giulio-Claudia Messalina oppure gli ex voto che le donne donavano alla dea Demetra e alla figlia Kore al santuario loro dedicato.
Ivan Fiorillo, brillante divulgatore locale, è intervenuto chiedendo alla professoressa cosa ne pensasse dell’allestimento della mostra, e lei ha risposto che, nonostante lo spazio ristretto, gli addetti ai lavori hanno sfruttato nella maniera più idonea le due salette del laboratorio del vasaio; ha spiegato che fare una mostra vuol dire selezionare i particolari più importanti, senza accumulare inutilmente. La mostra non presenta un accumulo di materiale che potrebbe distrarre il visitatore, bensì c’è una scelta ben precisa che ci guida in uno spazio ristretto ad osservare la tipologia delle antiche donne vibonesi.
Dopo la lunga introduzione della professoressa, grazie alla quale ci siamo molto acculturati, siamo passati all’osservazione della mostra, spiegata dai panelli. Prima abbiamo visto Artemide, la dea della caccia ed eterna ragazza dell’Olimpo, così la chiama la professoressa, poiché si è svestita dei panni classici da donna e ha scelto come vivere, da sola, prima di tutto accorciando il chitone. Io sono mia, così diceva Artemide, che non aveva bisogno di mariti, ma che bastava a sé stessa. Tanti volti ha Artemide: determinata, scalmanata nelle corse nei boschi, paurosa quando sconfigge i nemici, ma anche pietosa quando si intenerisce davanti al Ifigenia e le salva la vita. Successivamente abbiamo visto un vaso antropomorfo, ovvero umanizzato, detto askos, e la statua di un volto femminile con il famoso sorriso ionico, un sorriso accennato che non mostra i denti, inventato dagli scultori della Ionia. Dal mito siamo passati alla storia, ammirando la raffigurazione di una principessa che ebbe grande potere alla corte dei Giulio-Claudii, la corte romana dopo Augusto, che inizia da Tiberio, figlio di Livia. Tiberio, infatti, faceva parte della dinastia Giulia per adozione perché era stato adottato da Augusto nel 4 d.C., e della gens Claudia per nascita. Sotto questa dinastia vivevano delle principesse molto belle e con una acconciatura elaborata, che abbiamo potuto vedere su una delle statue. Secondo un’interpretazione, lei era Valeria Messalina, moglie dell’imperatore Claudio. Si pensa che ella avesse dei possedimenti in una villa marittima di Vibo, poiché la statua è stata trovata vicino al mare; oppure che la famiglia che possedeva la villa fosse imparentata con lei, e dunque esponeva il suo ritratto. Per finire, siamo entrati nella saletta accanto per osservare un’esposizione virtuale della laminetta orfica, la quale abbiamo avuto il piacere di vedere nel mese di dicembre.
Si è concluso così il percorso disciplinare Voci e volti della città. Il modo alternativo di fare lezione che ci ha proposto l’insegnante è stato apprezzato, poiché interessante e coinvolgente. Non possiamo renderci conto delle bellezze della nostra città, della particolarità degli antichi manufatti greci e latini, delle storie dei grandi personaggi della nostra antichità fin quando non le viviamo a pieno, e possiamo dire di averlo fatto grazie alle varie uscite didattiche, accompagnate naturalmente dalla conoscenza della professoressa, che con molto piacere ci ha trasmesso. Spero dunque che i prossimi anni potremo avere il piacere di conoscere ancora una volta ciò che ci è sconosciuto, che eppure è così vicino a noi.

lunedì 22 settembre 2025

Reportage di Sofia Gagliardi

I prati di Kore

Martedì 30 aprile la prof. di Latino e Greco, Maria Concetta Preta, ha accompagnato la nostra classe in un’uscita organizzata da lei nell’ambito del percorso didattico pluridisciplinare Voci e volti della città, che prevede la conoscenza diretta del territorio cittadino per sviluppare una conoscenza civico-cittadina atta a favorire la relazionalità fra gli allievi.
Siamo partiti intorno alle ore 10:00 e dopo circa mezz’ora, attraverso le vecchie vie della città, siamo giunti a destinazione, ossia al Museo Archeologico Nazionale Vito Capialbi. È la seconda volta che veniamo quest’anno. Entrati nel castello da un grande cancello in ferro, ci siamo fermati nel cortile ampio, ricco di cespugli ben curati e di verde, dove la prof. ha iniziato a parlare della mostra “Prati di Kore” che avremmo potuto ammirare una volta entrati. A un certo punto, ha recitato una poesia, in dialetto, dedicata a Diana Recco e pubblicata in uno dei suoi libri dal titolo: Nove come le Muse. Subito dopo, siamo entrati nei locali del Museo, accompagnati, oltre che dalla nostra prof., anche da un giornalista, Ivan Fiorillo, a cui la professoressa ha autografato una copia del suo libro.
Che meraviglia questa mostra che a dicembre non c’era! Nei locali della bottega del ceramista, che mi sono apparsi subito accoglienti, prevale il verde scuro che crea un’atmosfera stimolante che invita alla riflessione. Sale ricche di reperti storici ben curati e conservati ed io, insieme ai miei compagni, osserviamo con stupore gli oggetti esposti, “rapiti” dall’ambiente che ci rimanda alla nostra storia. La prima opera che abbiamo ammirato è una piccola statua in marmo rosa raffigurante Artemide, dea della caccia, rinvenuta nel complesso termale romano in via S. Aloe, risalente al I secolo d.C. Poi, un vaso per vino a forma di testa femminile che apparteneva alla collezione del Conte Vito Capialbi e che risale agli inizi del V secolo a.C. Ancora, una tazza configurata per vino (Kantharos) a forma di testa femminile bifronte, proveniente dal santuario greco di via Scrimbia risalente agli inizi del V secolo a.C. Subito dopo, fra luci soffuse a led di colore azzurro con sfumature in rosa, ci siamo trovati difronte a un bel busto femminile raffigurante una giovane della dinastia Giulio-Claudia, proveniente dalla villa romana di località S. Venere, risalente al I secolo d.C.
La nostra prof. non ha perso tempo e ha iniziato ad illustrarci le caratteristiche delle statue facendo riferimento, appunto, alla mostra “Prati di Kore - storie di antiche donne vibonesi”, ospitata nella torre nord del castello. Essa racconta la storia di figure muliebri dell’antica Hipponion, fondata dai Locresi agli inizi del VI secolo a.C. poi divenuta Vibo Valentia in età romana.
Abbiamo scoperto che quella greco-antica fu una società profondamente patriarcale, in cui la partecipazione alla vita politica era roba da uomini, mentre le donne erano mogli e madri. Nonostante ciò, esse appaiono in modo preminente nel mito, creato per spiegare l’origine dell’universo. A parer mio, oggi viviamo in un mondo in cui il mito e le sue credenze sono relegate a un passato lontano, un mondo arcaico dove tutto sembra irreale e a volte dai toni fiabeschi. Sta a noi che affrontiamo studi classici far rivivere quel mondo che per secoli ha rappresentato la nostra storia!