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domenica 25 ottobre 2020

Onu: tra diritti umani e fake news






Le notizie false, completamente o in parte inventate, non sono tutte uguali. Alcune sono frutto della fantasia, altre un astuto miscuglio di elementi reali e menzogne create ad arte: le più insidiose.

Il voto di rinnovo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha fatto molto parlare di sé, tuttavia l’espressione dei propri personali punti di vista non giustifica l’affermazione di avvenimenti o condizioni prive di riscontri o verifiche. Il Giornale ha pubblicato la notizia il 14 ottobre, “Ai diritti umani l'Onu vota Cina Cuba e Russia”, alternando dati accertati con pure speculazioni. Già la prima frase, “Se sbatti in galera gli studenti di Hong Kong che chiedono libertà e vera democrazia, avveleni gli oppositori, tagli a pezzi un giornalista scomodo e trasformi una rivoluzione in dittatura”, contiene tre affermazioni non verificate. Il riferimento del primo pensiero è alla Cina, accusata di reprimere le “manifestazioni pro democrazia”: si tratta di una visione faziosa, difendibile, che non tiene in considerazione la posizione governativa cinese, contraria al sostegno degli Stati Uniti nei confronti delle proteste - tale appoggio finanziario è riconosciuto unanimemente - . Da un lato, uno Stato che tenta di sedare contestazioni atte a modificare la costituzione nazionale; dall’altro, uno Stato estero che le appoggia economicamente. Il secondo inciso ha invece come bersaglio la Russia, in merito alla quale si parla dei “troppi avvelenamenti, come quello che ha mezzo ammazzato l'oppositore Alexei Navalny”; un oppositore che però non ha alcun peso in Russia ed è praticamente sconosciuto, oltre a essere fortemente legato agli Stati Uniti. Mai sono state fornite prove in grado di dimostrare le accuse di avvelenamento, neppure in questo caso. Ma la terza perla è riservata all’isola ribelle, Cuba, trasformata in “dittatura a conduzione familiare”: si è di fronte, stavolta, a una visione eurocentrica e filoccidentale che prescinde dalla complessità della questione - né tutto il popolo cubano disprezza il governo, né è adeguato trasferire le nostre categorie concettuali a una società differente - . Su Cina e Russia l’articolo continua poi con altre due inesattezze. Si sostiene che la minoranza musulmana degli uiguri venga “«rieducata» dai mandarini comunisti con metodi da lager”, ma non sono disponibili argomenti definitivi né a sostegno né in contrasto con tale credenza. A Putin, d’altro canto, si addossa la colpa di appoggiare Lukashenko, “l'ultimo dinosauro dell'era sovietica in Europa”, non rimembrando il supporto statunitense alle attuali proteste, con ingentissime quantità di denaro investite in progetti interni alla Bielorussia. Uno Stato è dunque autorizzato a fare ingerenza, mentre un altro no?

Notizie, editoriali e commenti non necessariamente devono privarsi dei pareri personali di chi scrive, ma la deontologia e il rispetto del pubblico impongono la chiara separazione tra fatti verificati e opinioni discutibili.



domenica 18 ottobre 2020

“Negazionisti”, sì, ma dell’informazione






Il potere non può gradire i moti di dissenso esternati dal popolo, ma il giornalismo, quale baluardo di democrazia, non può nascondere la propria deontologia. Che sia d’accordo o meno sul fatto da raccontare, chi lavora nell’informazione è tenuto a darne notizia con imparzialità.

Il 10 ottobre si è svolta a Roma, a piazza San Giovanni, la ‘Marcia della Liberazione’, promossa dalla giornalista Tiziana Alterio, dall’attivista Moreno Pasquinelli, dal giurista Mauro Scardovelli, dal filosofo Diego Fusaro, dal giornalista Francesco Toscano, dal giornalista Glauco Benigni, dall’attivista Emiliano Gioia e dalla deputata Sara Cunial. Al grido delle parole-chiave “disobbedienza civile”, “resistenza”, “condivisione” e “liberazione”, le richieste della piazza erano due: la fine del neoliberismo e l’attuazione della Costituzione italiana originaria. Dieci i pilastri per la realizzazione del progetto, a cui hanno aderito più di quaranta realtà legate alla politica, alla formazione, alla medicina e all’ecologia: moneta e Stato sovrani, lavoro e reddito minimo per chiunque, difesa delle piccole e medie imprese e del tessuto produttivo nazionale, controllo delle multinazionali, tasse eque con un 2020 tax free, moratoria sul debito pubblico, libertà di scelta terapeutica e no alla dittatura digitale, nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche, più investimenti pubblici nella sanità e nella scuola, fine dello stato d’emergenza con ripristino della democrazia e della libertà. Con più di trenta interventi dal palco in programma, la manifestazione si è protratta per tutto il pomeriggio, riuscendo ad arrivare fino alla fine grazie al rispetto delle misure governative, mentre in caso contrario sarebbe stata sciolta dall’intervento delle forze dell’ordine presenti. I fatti sono questi: un gruppo di persone scende in piazza, e se ne dà notizia riportando le istanze espresse. Una prassi sconosciuta in quel di Open, edito da un giornalista a capo di un telegiornale, Enrico Mentana, che il giorno dell’evento titolava: “Coronavirus, negazionisti in piazza a Roma: disordini con la polizia per un fermo. Identificati in 50: multe da 400 euro”. Anche guardando la diretta della manifestazione si scopre che nulla ha avuto a che fare con atteggiamenti negazionistici, né con posizioni aprioristicamente di antieuropeismo, di antivaccinismo o contro il 5G, come invece si legge nel sommario. L’articolo li chiama “no mask”, ma le prove dicono il contrario. “I cittadini scesi in piazza San Giovanni protestavano contro l’obbligo della mascherina e negare l’effettiva pericolosità del coronavirus”: a parte l’italiano incerto, segnaliamo in questo caso che i contenuti della protesta erano altri. Il partito Vox Italia viene detto antieuropeista - ma non lo è - e il Movimento 3V viene detto antivaccinista - ma non lo è - .

Agendo democraticamente, il comitato organizzatore sta procedendo per vie legali contro la disinformazione che ha toccato l’incontro. Ma può non bastare, di fronte al terrorismo mediatico: dove sono, oggi, coloro che si mostravano nemici dell’incitamento all’odio?



domenica 11 ottobre 2020

“Superdiffusori” del coronavirus? Facciamo chiarezza






Torniamo a parlare di coronavirus: la tenacia dimostrata da molte testate ci costringe ancora una volta a evidenziare le loro mancanze.

Una ricerca, pubblicata su Science il 30 settembre, ha fatto molto parlare di sé, talvolta a sproposito. Il focus era preciso: “L’epidemiologia e le dinamiche di trasmissione della Covid-19 in due Stati indiani”, ossia uno studio finalizzato alla ricostruzione dell’epidemiologia, da marzo ad agosto, in un contesto privo di grandi risorse - non è il primo articolo ad affrontare la questione, ma uno dei pochissimi - , con l’obiettivo di migliorare le misure di controllo in questi luoghi sfortunati del pianeta. I due Stati, grazie ai dati raccolti, hanno consentito di ripercorrere la trasmissione del virus e di valutare la mortalità della malattia: sono tra gli Stati indiani che vantano una sanità migliore rispetto ad altri. Le misure precoci in merito alla sorveglianza della patologia hanno incluso test di riconoscimento per il Sars-Cov-2, dei quali viene sottolineata l’imprecisione, rivolti a chiunque fosse andato alla ricerca, presso strutture sanitarie, di cure per una grave malattia respiratoria acuta o per una malattia simil-influenzale, ma anche un tracciamento dei contatti avuti dalle persone con Covid-19 confermata o sospetta, con successivi test a ciascun contatto, indipendentemente dalla presenza di sintomi, per identificare una possibile trasmissione partita da un caso primario. Particolari, questi, da non dimenticare nella comprensione del lavoro, unitamente al fatto che i dati raccolti non sono stati sottoposti ad alcun comitato revisore, poiché gestiti a livello governativo. Sulla base di tali dati, monchi di alcuni casi non segnalati e dunque di una visione completa delle infezioni secondarie, sono state presentate delle ipotesi capaci di spiegare le osservazioni eseguite. In numeri: i dati di tracciamento dei contatti analizzati includevano solo il 20% di tutti i casi segnalati come casi indice e rappresentavano solo il 19% di tutti i contatti tracciati. I casi rintracciati, si legge, potrebbero non essere rappresentativi dell’intera popolazione, poiché oltretutto l’impegno nella ricerca dei casi è variato in termini temporali e spaziali. Tra i risultati si è supposto, in mancanza di elementi probatori - nessuna informazione sulle tempistiche dei sintomi in relazione ai test - , che i contatti risultati positivi ai test siano stati infettati dai casi indice cui erano stati riferiti, giungendo così alla descrizione di un modello compatibile con quello della superdiffusione. Si è visto, inoltre, che i contatti con la stessa età erano associati al maggior rischio di infezione, ma anche in questo caso l’articolo ammette di non essere in grado di considerare con certezza il ruolo svolto dagli individui più giovani, visti i limiti già segnalati.

Nulla di dimostrato, quindi, checché ne dica il Corriere della Sera del 2 ottobre - “Coronavirus, il potente ruolo dei superdiffusori provato su Science” - .



domenica 4 ottobre 2020

Sono tornati: troll russi, ma a stelle e strisce






Ve lo confesso, mi mancavano. Questa storia dei troll russi non la sentivo da un po’, ma l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali non ha che riesumato una vecchia favola ansiosa di riscontri reali.

Nonostante da anni si continui a parlare di troll russi nelle campagne mediatiche occidentali, mai alcuna prova è stata portata avanti a supporto di tale teoria. L’idea di un grande complotto ordito dai servizi segreti russi ai danni di tutto il mondo, oltre a non avere alcun senso e a non conformarsi alla tradizionale politica di non ingerenza, consegna ai nostri tempi una versione aggiornata della millenaria russofobia. Ed è anche una questione tecnologica: pur prendendo le accuse di fake news come vere, l’impatto che queste possono avere è di gran lunga meno importante rispetto all’interferenza silenziosa delle compagnie di big tech, le quali dispongono di potenze di calcolo decisamente maggiori rispetto alle possibilità presenti in Russia. Lo ha evidenziato lo psicologo e studioso dei media Robert Epstein, figura di spicco dell’American Institute for Behavioral Research and Technology, il quale ha mostrato in anni di ricerche come, almeno dal 2016, enti privati del calibro di Google e Facebook abbiano indirizzato i propri contenuti in favore di una precisa parte politica, la cosiddetta ala democratica. I dati raccolti e pubblicati, naturalmente, non riguardano l’intenzionalità o meno della tendenza posta sotto pubblico dominio, ma si limitano a mettere in luce la situazione al di là delle possibili cause. Sulla base delle analisi quantitative condotte, è emerso che: in occasione delle elezioni presidenziali del 2016, potenzialmente almeno 2,6 milioni di voti, provenienti da un elettorato indeciso, sono stati portati in sostegno di Hillary Clinton; durante le elezioni di medio termine del 2018, Google ha manipolato l’invito a votare; nelle settimane precedenti, potenzialmente più di 78 milioni di voti sono stati spostati da distorsioni nei risultati di ricerca su Google; il completamento automatico di Google può fortemente plagiare un elettorato indeciso; si può calcolare un’influenza di Google su elezioni in tutto il mondo di oltre il 25% almeno dal 2015. Sulla base di tali dati quantitativi, innegabili, sono state proposte le proiezioni riguardo lo spostamento di voti e il condizionamento individuale. A ciò vanno inoltre aggiunte due questioni in merito a Google: la sorveglianza e il silenziamento. Non solo, poiché la vicinanza tra la Clinton e Google è confermata dalle e-mail desecretate. E il 23 settembre leggevamo su Wired “Ai troll russi ora basta ripetere ciò che dice Trump”, a firma di Albachiara Re, non nuova a queste notizie!

Come non ricordare, poi, il caso dei bot russi creati proprio in America? O la grande montatura del Russiagate? Le proverbiali fake news di Trump e i fantomatici attacchi hacker di Putin ci distraggono piuttosto dai temi più urgenti per la democrazia: possono entità private condizionare la vita pubblica?



domenica 27 settembre 2020

Pena di morte? Mistero in Corea






Riassumere in poche righe le innumerevoli fandonie, in un primo momento sbattute in prima pagina, poi smentite dalle evidenze emerse, a cui i tradizionali canali informativi ci hanno abituato, relativamente alla Corea del Nord, non sembra affatto possibile. Ma questo non preclude ai nostri media lo scivolamento in periodici casi di recidiva.

Esiste un sito sudcoreano, il Daily Nk - specializzato nella diffusione di “notizie veloci e accurate sulla Corea del Nord”, e più spesso di vere e proprie notizie non verificate - , che fonda la propria missione giornalistica su un bias cognitivo esplicitato dal suo stesso presidente: obiettivo della testata non è l’informazione oggettiva nei riguardi di un Paese sovrano, ma il tentativo di promuovere un cambiamento all’interno di “uno dei regimi più repressivi della Storia”. Tale framing guida l’interpretazione delle comunicazioni fornite, come è accaduto l’11 settembre scorso. L’articolo in questione annuncia l’uccisione, da parte del Governo, di cinque funzionari del Ministero dell’Economia, ma solo nel corpo del testo si chiarisce la natura ipotetica dell’avvenimento. La ricostruzione presentata dal sito non mostra alcuna prova, bensì si appoggia solamente ad affermazioni pronunciate da fonti anonime - proprio come nella maggior parte delle bufale di tutti questi anni - . La colpa da scontare sarebbe stata l’espressione di alcuni dubbi nei riguardi delle politiche economiche di Stato; Kim Jong-Un, venuto a conoscenza del fatto, avrebbe così ordinato l’esecuzione, determinando un impellente trasferimento delle famiglie coinvolte in un campo per dissidenti politici. Nonostante l’assenza di fatti verificati, anche stavolta l’eco mediatica non si è fatta attendere: il 16 settembre l’astrologa Caterina Galloni titolava su Blitz Quotidiano “Corea del Nord, giustiziati 5 funzionari: avevano criticato Kim Jong-Un”, mentendo appunto sull’entità dell’accaduto. La vera notizia è che la sparatoria sarebbe avvenuta secondo una fonte, non che è avvenuta e basta. Una precisazione, questa, che necessariamente deve occupare il primo posto all’interno di un titolo, per non far incorrere chi legge nel già citato framing effect: se anche il testo dell’articolo specifica la natura speculativa della notizia, chi legge è comunque portato a dar più peso a ciò che ha già appreso dal titolo.

Cosa impedisce a una testata l’onestà intellettuale di presentare i fatti per come realmente sono? Certamente gli opposti interessi politici: uno dei maggiori finanziatori del Daily Nk è il National Endowment for Democracy, ente statunitense creato per “supportare la libertà in giro per il mondo”. Solo nel 2019, ha ricevuto in dono 400.000 dollari, ma la somma è da aggiungere ai finanziamenti complessivi destinati all’intervento in Corea del Nord. E nulla più dell’opacità giornalistica ostacola una seria ricerca della verità su un Paese tanto sconosciuto quanto chiacchierato.


domenica 20 settembre 2020

11 settembre, il complotto dei media






Se vuoi ridicolizzare chi problematizza una narrazione, svia l’attenzione su questioni secondarie e fingi di indagarle. Ti allontanerai così dalla questione iniziale!

Deve saperne qualcosa “Mamma Rai”, se lo scorso 11 settembre ha trasmesso sul secondo canale il documentario dal titolo “11/9 Verità, Bugie e Cospirazioni”, curato da Rai Documentari. Un reportage che nella presentazione promette di indagare sui dubbi che avvolgono quella giornata americana, ma che nel suo svolgimento si dimentica di farlo. La prima metà della trasmissione finge di porsi domande sulla verità riguardante gli attentati, grazie alle quali le posizioni non combacianti con la versione ufficiale vengono già obliquamente derise: possiamo fidarci, o si trattò di un “complotto internazionale” - come se fosse necessario il coinvolgimento di intere Nazioni - ? E attraverso la presentazione degli “autoproclamati paladini della verità”, persone che hanno sollevato dubbi, vengono sciorinate le cosiddette “teorie alternative”, in un gran calderone confusionario, frutto dello “scetticismo popolare”. La rete, afferma la voce fuori campo, “favorisce la diffusione di queste teorie”, e “dal 2001 le teorie complottiste sono state smentite dagli esperti”. Se le asserzioni precedenti potevano essere accettate, perché non smentibili, quest’ultima è invece certamente falsa. Proprio dal 2001, infatti, la narrazione comunemente accettata si è confermata non veritiera. Il documentario si appresta a tirare in ballo “una delle più diffuse riviste di ingegneria degli Stati Uniti, Popular Mechanics”, difensora della versione fornita dal governo; ma nulla si dice dell’organizzazione Architects & Engineers for 9/11 Truth, formata da migliaia di persone del mestiere, che con metodo scientifico hanno dimostrato l’impossibilità fisica del crollo delle Torri Gemelle a opera degli aerei di linea: la spiegazione tecnica più probabile è la demolizione controllata - identico discorso per il Wtc7 - . E piuttosto che esaminare i risultati degli studi portati avanti dal 9/11 Consensus Panel, la seconda metà del documentario si avventura nell’approfondimento degli errori commessi da chi doveva vigilare e dei tentativi di insabbiamento. In tal maniera, non viene spiegato che i cosiddetti dirottatori non erano saliti su quegli aerei e non erano in grado di compiere le manovre impossibili registrate, o che le telefonate di chi era a bordo non potevano essere effettuate da quei velivoli in quel momento, o che il Pentagono non poteva essere colpito da un Boeing in quel modo, o che a Shanksville non cadde alcun aereo.

Invece di far parlare i fatti, mostrando rispetto per coloro che vissero la tragedia, la trasmissione ha preferito complottare con ipotesi su cosa si nascondesse dietro gli attentati avvenuti. La messa in luce delle semplici questioni tecniche, incompatibili con la storia solitamente raccontata, è però più rilevante delle possibili questioni geopolitiche, sulle quali certezza scientifica mai può esserci.


domenica 13 settembre 2020

“Negazionisti” che non negano






Assegnare etichette e attaccare l’avversario sono i modi migliori per evitare di discutere. In mancanza di capacità argomentative, l’utilizzo di fallacie del ragionamento dirotta l’attenzione su questioni superflue e ininfluenti, e il gioco è fatto.

Se addirittura il servizio pubblico posta sulla propria piattaforma di notizie, Rai News, un articolo dal titolo “Coronavirus, “No Mask” e “No Vax” in piazza a Roma. Polemiche per partecipanti senza mascherine”, lo scorso 5 settembre, non c’è che da preoccuparsi. Basta informarsi su chi ha organizzato la manifestazione, l’associazione di promozione sociale Popolo delle mamme, per far crollare le forzature tendenziose divulgate dalla tv di Stato. Secondo il suo atto costitutivo, l’associazione si propone di salvaguardare la qualità di vita di bambine e bambini, di tutelare il diritto alla vita e di promuovere la tutela della fertilità naturale. Lo statuto, inoltre, prevede la difesa da abusi e violazioni riguardanti il diritto alla vita. Più nello specifico, il Popolo delle mamme si oppone all’applicazione delle leggi Lorenzin e Azzolina, considerate contrarie ai princìpi della Costituzione italiana quanto ad autodeterminazione sanitaria e al riconoscimento del diritto allo studio, in violazione peraltro del concetto di medicina personalizzata e delle più elementari fondamenta dell’educazione. La manifestazione tenutasi a Roma ha accolto chiunque appoggiasse i valori proclamati, senza colori di parte o di partito. “No Mask” e “No Vax”? No, semmai persone contrarie all’estensione generalizzata di misure sanitarie monche di una base scientifica che le giustifichi. E neppure si capisce come mai la notizia di una manifestazione sia interamente focalizzata sulle polemiche e non sui contenuti della stessa. Nel sommario leggiamo infatti di un “rischio sanzioni” e di un commento negativo fornito dal ministro Speranza. E continuando, “in piazza gruppi di estrema destra, ma anche di sinistra”; nessun approfondimento però sui dubbi, sollevati da parte di chi ha organizzato l’evento e riportati nell’articolo, relativamente alla sicurezza dei vaccini e agli effetti sulla salute di quelli pediatrici. Si assiste a una semplice elencazione degli argomenti toccati, come in un flusso di coscienza, eppure nessuno di questi viene spiegato, nonostante all’incontro abbiano partecipato anche figure della ricerca italiana. Al contrario, sono le polemiche esterne a essere sviluppate con più nutrite argomentazioni, le quali diventano occasione per ribadire le “misure di sicurezza” non rispettate da gran parte della piazza.

Dittatura sanitaria” può sembrare un’espressione forte, tuttavia trova il supporto, tra gli altri, di uno scenario ipotizzato dalla Rockefeller Foundation. Ma al di là di tali interpretazioni, ciò che è certo è che dipingere una situazione per quello che non è non può dirsi giornalismo. E’ negazionista chi non nega l’esistenza del virus, o chi nega un’informazione imparziale alla cittadinanza?


domenica 6 settembre 2020

Ci si riammala, serve il vaccino! Ma…






Da quando la vita ha lasciato il posto alla sopravvivenza, facendo dimenticare che i rischi del vivere sono connaturati nell’esistenza stessa, il timore di smarrire la salute è divenuto il nuovo comun denominatore a tutti i componenti della nostra società. Una paura irrazionale, tuttavia, che non sa concretarsi in una cosciente acquisizione di modus vivendi sani e profilattici.

Business Insider Italia, che già avevo segnalato per disinformazione scientifica, è tornato lo scorso 28 agosto ad alimentare gli allarmismi ingiustificati degli ultimi tempi: “Ora c’è la conferma: di Covid ci si può ammalare di nuovo. Ma il vaccino servirà comunque”. E invece la realtà è diversa: non c’è alcuna conferma. Lo studio citato, il cui testo originale è stato accettato ma non ancora pubblicato in via definitiva, per cui è suscettibile di interventi correttivi, presenta l’ipotesi di un caso di reinfezione da Sars-Cov-2, che nulla ha a che vedere con il ritorno di una malattia, in questo caso la Covid-19. L’uomo incriminato, che a seguito di alcuni sintomi primaverili riconducibili a tale patologia era risultato positivo al test del tampone, ed è stato perciò ritenuto da essa colpito, al ritorno da un viaggio è stato sottoposto a un ulteriore tampone nel mese di agosto, rivelandosi nuovamente positivo, ma in totale assenza di sintomi. Le analisi condotte hanno evidenziato sia la probabile presenza di una immunità nel paziente conseguente alla prima infezione, sia l’appartenenza a due ceppi diversi del virus individuato nelle due occasioni. Addirittura, “il ceppo virale rilevato nel secondo episodio è completamente diverso da quello trovato nel primo”, nonostante l’articolo italiano parli di “una varietà leggermente differente”. Ma anche un’altra sbrigativa affermazione si discosta dai contenuti del manoscritto: “la sua carica virale era comunque alta. Il che significa che avrebbe potuto infettare altre persone”, mentre piuttosto la contagiosità è fortemente condizionata dalla presenza di sintomi, e infatti di ciò non si parla nel testo del paper. L’accento, infine, viene spostato sulla questione vaccini, ma pure in questo caso lo studio originale sembra mostrare uno scenario differente. I risultati ottenuti farebbero pensare, infatti, che i vaccini contro il nuovo coronavirus potrebbero, testualmente, non essere in grado di fornire una protezione permanente contro il malanno. A ogni modo, comunque, non è affatto dimostrato al momento che un eventuale vaccino “proteggerebbe in ogni caso dall’eventualità di ammalarsi gravemente”. Ciò non è ancora certo, né può essere esteso all’intera popolazione.

Il nuovo studio non menziona casi di una ricaduta da Covid-19, mai dimostrata scientificamente. Semplicemente, testimonia la possibilità, considerata rara, di avere esito positivo al tampone anche dopo aver avuto sintomi in passato. E i dubbi sul vaccino si mantengono tuttora.


domenica 30 agosto 2020

Chi è il nuovo untore?






L’ansiogena rincorsa all’ultima novità sull’argomento dell’anno non dà segni di allentamento, e chi non si è mosso sin da gennaio a studiarlo e approfondirlo non può sperare proprio ora di recuperare con semplicità il bandolo della matassa.

La caccia all’untore prosegue, tocca adesso alle giovani generazioni. Ce ne dava notizia l’Ansa, il 20 agosto, con un titolo e un articolo certi del contenuto: “Coronavirus, i bambini sono diffusori silenziosi”. L’agenzia di stampa ha tuttavia ignorato il contesto in cui si inserisce lo studio scientifico, dimenticando di segnalare diversi elementi imprescindibili per la sua corretta comprensione. Per cominciare, si tratta di un articolo in attesa di pubblicazione e ancora suscettibile di modifiche prima della versione finale. Venendo alla ricerca condotta, essenziale risulta il campione stabilito e testato: 192 individui fino ai 22 anni di età, con sospetta infezione da Sars-Cov-2, che si sono presentati al pronto soccorso, o che sono stati ricoverati per sospetta o confermata infezione da Sars-Cov-2, oppure per la presenza della Mis-C, la sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica, al momento ritenuta associata e non causata dal germe menzionato. La metodologia principale usata per indagare la positività al virus è stata quella del tampone oro-nasofaringeo, analizzato tramite la tecnica della Real Time Polymerase Chain Reaction - Real Time Pcr - , utilizzata per quantificare le espressioni geniche, esaminare le variazioni riscontrate e misurare la quantità di sequenze degli acidi nucleici in determinati campioni. L’inventore della Pcr, il Nobel Kary Mullis, sottolineava tuttavia come la propria creazione permettesse di scovare sequenze genetiche di virus, ma non i virus stessi. I limiti dei tamponi nelle analisi diagnostiche, tra falsi positivi e falsi negativi, sono ampiamente conosciuti, così come la possibilità che presentino contaminazioni e che non vengano effettuati correttamente, divenendo un rischio per la salute pubblica e individuale. I risultati dello studio, circoscritti dai paletti che abbiamo dovuto evidenziare, fanno emergere pertanto una ipotetica carica virale più alta, nelle vie respiratorie dei soggetti attenzionati, rispetto ai pazienti adulti ricoverati nelle terapie intensive. Il che non equivale a una maggiore contagiosità, nonostante la notizia italiana sia quasi interamente concentrata su questo aspetto. Per di più, dalla lettura si rischia di cadere nel tranello che assimila il microbo a una malattia: dire che le bambine e i bambini non sono immuni dal virus, nel senso che possono ospitarlo, non significa dire automaticamente che possano esserne attaccati tanto da veder insorgere una patologia.

Scoperta una nuova fonte di contagio? No. Il paper prossimo alla pubblicazione non aggiunge nulla alle conoscenze attuali sulla diffusione del Sars-Cov-2, tantomeno sulla vulnerabilità degli individui più giovani alla Covid-19.