martedì 13 gennaio 2026

Medicina e antropologia, un approccio innovativo: studio calabrese rivoluziona la sanità

L’articolo scientifico è il primo al mondo a proporre la nuova visione per la malattia venosa cronica


Ridurre l’angolo della visuale, segmentando le questioni con fare tecnico e specialistico, è senz’altro indispensabile in molti degli àmbiti quotidiani. Ma questo approccio, a volte, non basta. Se ne sono accorti Davide Costa e Raffaele Serra dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, autori del primo studio etnografico al mondo sulla malattia venosa cronica, pubblicato su una fra le maggiori riviste scientifiche in assoluto, Scientific Reports (terza più citata al mondo, dall’impact factor pari a 3,9 e appartenente alla famiglia di Nature). Notevole far presente che il periodico, se anche sia attento agli scritti di etnografia, ne ospita in totale soltanto 64 su milioni e milioni. E se finora a imperare era stata la prospettiva biomedica, con il rivoluzionario articolo intitolato “Uno studio etnografico sui determinanti socioculturali e le lacune del sistema sanitario nella malattia venosa cronica in Calabria” si inaugura l’approfondimento delle dimensioni socioculturali, capaci di modellare percezione, esperienza e trattamento della patologia.

Fattori sociali, culturali e strutturali non rivestono ruoli secondari nell’influenzare gli esiti della parecchio diffusa malattia venosa cronica, Calabria compresa. La coppia di ricercatori costituisce un ensemble d’eccellenza: Davide Costa è autore di oltre 80 pubblicazioni internazionali e 3 saggi, laddove Raffaele Serra è riconosciuto appartenere al top 2% dei maggiori scienziati sul Pianeta, a fronte di oltre 300 pubblicazioni all’attivo. Essi hanno condotto per sei anni, in un quartiere urbano di Catanzaro e in un villaggio rurale della Sila, osservazioni in prima persona e interviste con pazienti almeno cinquantenni, caregiver e operatori sanitari, lanciandosi in un campo quanto mai inedito con un bagaglio di strumenti altamente perfezionati in letteratura. Chi è affetto da tale condizione, a danno dei vasi sanguigni, vede limitare significativamente la qualità della propria vita: si passa da problemi estetici a più gravi complicazioni. I conseguenti dolore cronico e ristretta mobilità portano a una diminuzione di attività fisica e produttività lavorativa, scarso sonno e disagio psicosociale.

Le disparità socioeconomiche della regione calabra, unite con l’invecchiamento della popolazione e le carenze nell’accesso all’assistenza sanitaria, hanno convinto gli accademici a farne il caso di studio perfetto. È un ambiente che favorisce il mancato o ritardato trattamento di malattie croniche come la presente, magari mal gestite per periodi prolungati. E qua vanno a innestarsi, forti, tradizioni di cure erboristiche, rituali popolari eredi di saperi ancestrali. L’antropologia medica indaga come le malattie vengono vissute e narrate dagli impotenti protagonisti, resoconti che riflettono le identità di intere comunità.

L’esperienza della malattia venosa cronica è emersa nei pazienti attraverso tre livelli interconnessi: personale, sociale e sistemico; ognuno di essi modella il modo in cui i sintomi vengono interpretati, gestiti e vissuti. «Pensavo che fossero solo le mie gambe che si stancavano di lavorare la terra tutto il giorno. Chi va dal medico per le gambe stanche?», ha riferito un uomo di 68 anni. «In paese, diciamo che quando le gambe si gonfiano in inverno, significa che il freddo è entrato nelle ossa. Non è vista come una malattia», è la testimonianza di una donna di 74 anni.

Simili normalizzazioni dei sintomi non portano che al ritardo di diagnosi e prognosi, tuttavia scalfirle è parecchio complesso: sono atteggiamenti profondamente radicati e incorporati nei gruppi sociali di appartenenza. Si aggiungano le differenze di genere e di età: «Non volevo che qualcuno vedesse le mie gambe», ha confessato una 72enne; «Mio figlio mi ha detto di andare dal medico, ma io ho detto: “Gli uomini non piangono per le gambe doloranti”», ha sentenziato un 75enne.

Lacune istituzionali, stigmi sociali, credenze culturali: dai risultati si evince l’irrinunciabilità di integrare misure sanitarie con consapevolezza umanistica. Comuni nel Sud del Paese, in verità sono norma e costume in tutte quelle aree periferizzate dall’inurbamento dei territori. Senza dar conto di quanto direziona interiormente le nostre vite, come è nel caso di convinzioni e consuetudini, pensare a una medicina preventiva non è foriero di frutti.

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