martedì 20 gennaio 2026

Il Grand tour da Capo Vaticano a Pizzo: la Calabria che nel ‘700 trionfava indiscussa

L’intellettuale Henry Swinburne, tra i primi a visitare la regione, ne segnalò l’elevata bellezza


Che avventura, quella di Henry Swinburne! Tra il 1777 e il 1778 il nobiluomo inglese fu protagonista di un tour in Calabria degno della più alta considerazione. Aveva trentaquattro anni e venne a dimorare nella regione bruzia per un totale complessivo di circa un mese. Ha donato ai posteri pagine dal linguaggio di elevata precisione descrittiva. Con acume, passione e coinvolgimento ha saputo, meglio di tanti altri, scorgere i tratti distintivi della punta d’Italia.

Era il 7 maggio 1777 quando, dalle parti di Montegiordano, l’aristocratico accedeva al territorio calabrese in sella a un cavallo. Abituato a vivere in Francia, già conosceva il Bel Paese e il suo idioma avendo studiato presso la Reale Accademia di Torino. In prevalenza si occupava di arte e letteratura, e seppe emergere rispetto ai coevi intellettuali illuministi per la scelta coraggiosa di estendere l’imperativo viaggio nello Stivale spingendosi fino al profondo Meridione. Era Grand tour sino a Pompei ed Ercolano, ma poi si tramutava in incognita incerta e imprevedibile: scorrerie di briganti, strutture ricettive inesistenti, viabilità disastrosamente incespicante… Hic sunt leones!

Il nostro era un pioniere, lo stesso che poco prima si era intrattenuto nella penisola iberica, redigendo un resoconto fatto a modello per il diario stilato in Calabria. Non era il classico romantico in cerca di emozioni estatiche; a lui interessavano i fatti oggettivi, da indagare e conoscere in maniera scientifica. Era archeologo, quando andava in cerca delle tracce che testimoniavano il glorioso passato magnogreco. Era storico, allorché ne ricostruiva i processi di fioritura e declino tipici di qualsiasi civiltà. Era naturalista, se si abbandonava al piacere trasognato del rigoglioso paesaggio. Era sociologo, là dove si interrogava sul non celabile degrado dell’ambiente umano. Era antropologo, mentre si divertiva gustando le tipiche tradizioni popolari dei luoghi. Era geologo, ogniqualvolta forniva precise notizie su conformazioni fisiche e fenomeni vulcanico-sismici. Era economista, nel momento in cui indugiava sulle fiorenti produzioni che un po’ di benessere arrecavano. Era politico, allorquando denunciava lo sfruttamento feudale e le vessazioni legalizzate.

Così, nel febbraio 1778, Swinburne approdò sulla Costa degli Dei, doppiando Capo Vaticano, «famosa per la vittoria navale di Sesto Pompeo su Ottaviano». Per fare il proprio ingresso nel golfo di Sant’Eufemia raggiunse Tropea, dove alloggiò nel convento dei frati minimi: «La sua posizione è splendida, sulla cima di un’alta rupe a picco sul mare […] Poco a Nord si trovano un’isola grande, su cui le pecore vengono portate al pascolo, e una più piccola con un romitaggio sulla sommità, in una posizione molto romantica». Meno di un’ora e si ritrovò a Parghelia, «abitata da artigiani e marinai, i quali producono coperte di cotone che poi trasportano in barca a Marsiglia e Genova».

Monteleone, invece, era «una città notevole, […] in una posizione incomparabile, che già dalla strada avevo avuto la possibilità di ammirare a lungo», tantoché «da nessun’altra parte si potrebbe vedere un paesaggio più vario e ridente» e con appositi investimenti «diventerebbe il posto di vacanze in campagna più delizioso del mondo». Anche Sant’Onofrio era, a suo dire, «romantica», e Pizzo risultava abitata dai «più feroci e fuorilegge dell’intera provincia, anche se possiedono una tonnara assai remunerativa».

Sfogliando le pagine del “Viaggio nelle Due Sicilie” si leggono notizie altrimenti perdute. Un libello da riscoprire, alla maniera di novelli viaggiatori addobbati di sete e velluti ricamati.

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