In occasione del terremoto del 1783, lo studioso visitò città e dintorni rimanendone affascinato
«Ebbi in questo viaggio il piacere di mirare la più bella campagna che io avessi mai visto»: così William Douglas Hamilton, inviato della Corona britannica presso il sovrano delle Due Sicilie, descriveva il paesaggio che si presentava ai suoi occhi giungendo nel territorio vibonese da Reggio Calabria, la «pianura di Monteleone». Era il 1783 e la regione era appena stata scossa dal forte terremoto che ne avrebbe cambiato per sempre il volto.
La relazione, indirizzata alla Royal society di Londra, data al 23 maggio 1783. Si tratta della più antica società scientifica d’Inghilterra, fondata grosso modo un secolo addietro; il suo scopo istituzionale, l’incremento delle scienze fisico-matematiche. Il periodo sismico aveva trovato origine il 5 febbraio, con cinque picchi di attività: 5-6-7 febbraio, 1 e 28 marzo. In meno di due mesi gli epicentri principali si mossero lungo la catena appenninica dall’Aspromonte all’istmo tra il golfo di Sant’Eufemia e quello di Squillace, e il sir inglese ne prese nota nel documento stilato.
Già vent’anni prima si era trasferito nel Mezzogiorno italiano, tanto da trascorrervi in totale ben metà della vita. L’ambasciatore era antiquario, archeologo, diplomatico e vulcanologo, una figura non priva di contraddizioni e fortunata per i fenomeni naturali cui poté assistere (ammirò in diretta l’eruzione vesuviana dell’ottobre 1767, durata una decina di giorni e annunciata da fragorosi tremolii del terreno; mai sino ad allora si erano registrati terremoti di tale intensità, accompagnati da boati terrificanti e piogge dirompenti). Il suo amore sconfinato per le vestigia passate lo portava a trafugare e contrabbandare i reperti, corrompendo a suon di quattrini facchini e doganieri. Ma non è questo il caso del viaggio a tema tellurico.
Apprestandosi a entrare nel borgo monteleonese, Hamilton godette di una vista a lui prima ignota: «Un vero giardino di olivi, gelsi, alberi fruttiferi d’ogni genere e vigne, che ombreggiavano un’abbondantissima messe di grani d’ogni varietà, di lupini, fave e altri vegetali». Qua e là, poi, notava «vasti boschi di querce frammezzate da ulivi», la cui imponenza egli non conosceva affatto; piantati in filari o lasciati crescere spontaneamente, il legname che se ne ricava lo stupì alquanto. Era sì giunto per la pietosa vicenda della catastrofe sismica, tuttavia rimaneva «in estasi a contemplare la fertilità e bellezza di tal ricchissima provincia, che per fecondità superava di gran lunga qualunque altro territorio» da lui visitato in precedenza.
Monteleone comunque poco soffrì nei momenti iniziali dell’evento, restando però parecchio danneggiata il 28 marzo: morirono in dodici, mentre il resto della popolazione fu costretto ad abitare in baracche costruite con capacità. I baroni, ci informa lo scienziato, erano provvisti di simili strutture nei pressi dei palazzi, essendo la città da sempre esposta ai movimenti del terreno. Lo stesso Hamilton soggiornò in una «molto magnifica, composta di tante stanze addobbate con cura», rifornito di cavalli «eccellenti» anche per la servitù e assistito da apposite guardie che fecero da guide. Lo stato delle strade era «orrido» e, a sentire i racconti delle testimonianze oculari, «le cime degli alberi più alti oscillavano fino a toccare il suolo e le bestie stendevano il più possibile le zampe per non esser gettate in terra».
Talmente intenso lo sciame di scosse in Calabria da generare ampie aree di sovrapposizione a riguardo degli effetti distruttivi. In alcune località si assiste di conseguenza a un quadro dovuto al risultato dell’azione cumulativa di più eventi sismici, non sempre distinguibili. Si sospetta che talvolta si siano sovrastimati i danni dei singoli terremoti, avendo che il patrimonio edilizio (di per sé di qualità non eccelsa) era decisamente vulnerabile e fortemente indebolito a causa di scosse numerose e ravvicinate. Da allora abbiamo ereditato architetture rinnovate, sul piano pratico. E descrizioni soavi della nostra terra, dettate da occhi vergini e intonsi, per lo spirito.
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