Dalle rovine del 1783 alla riscoperta di una Vibo Valentia emula illustre dell'antichità: il racconto di un medico che seppe vedere la grandezza oltre le macerie
Esistono storie che iniziano con un cambio di nome e finiscono per definire l'identità di un intero territorio. Quella di Michele Sarcone è una di queste. Nato a Terlizzi nel 1731 come Michele Piacenza da genitori ignoti, quest'uomo dovette letteralmente inventare se stesso prima di diventare uno dei medici e degli accademici più influenti del Regno di Napoli. La sua ascesa, passata per gli studi neoippocratici e per l'analisi coraggiosa delle epidemie legate alla carestia del 1764, lo portò a essere l'uomo scelto dal governo borbonico per una missione cruciale: documentare le ferite del terremoto che nel 1783 rase al suolo le Calabrie. Sarcone non arrivò in questa terra come un freddo burocrate, ma come un osservatore attento alle implicazioni sociali e storiche, capace di trasformare un resoconto di viaggio in una dichiarazione d'amore e di denuncia per la città di Monteleone, l'attuale Vibo Valentia.
Nel suo vagare tra le macerie, Sarcone si fermò davanti a quella che definì una città magnifica ed emula illustre delle poche bellezze rimaste nella Calabria Ulteriore. Il suo sguardo, abituato a cercare le cause prime dei mali, si posò immediatamente sulla stratificazione millenaria del suolo vibonese. Mentre altri si perdevano in dispute accademiche, lui comprese con straordinaria lucidità che Monteleone era il grembo in cui convivevano le reliquie di Hipponion e della colonia romana di Valentia. Osservando i resti delle mura greche, formate da grandi blocchi quadrati che gli ricordavano le possenti strutture etrusche, Sarcone citò con convinzione Appiano di Alessandria, il quale aveva attribuito a quel luogo il pregio di essere una delle sette città più celebri d’Italia. Eppure, provò una profonda amarezza nel vedere come quella illustre Vibo fosse stata tradita dai suoi stessi abitanti. Descrisse con durezza come quelle pietre gloriose fossero state miseramente a brani a brani schiantate o confuse tra le costruzioni moderne per mano di generazioni imprudenti. Era la denuncia di un’incuria che oggi definiremmo scempio culturale, un monito che risuona ancora tra i vicoli del centro storico.
Ma Monteleone, per Sarcone, non era solo un museo a cielo aperto martoriato dal tempo. Era una realtà viva, dotata di una fisionomia geografica e climatica quasi tirannica ma affascinante. Raccontò di un’aria che, nonostante la nobile ampiezza delle strade, non godeva di una costante salubrità, preda di nebbie improvvise che sorgono al mattino o al tramonto e di venti, come il mezzogiorno e il grecolevante, che sembrano possedere l'altopiano con giri alterni e improvvisi. Eppure, in questo scenario sospeso tra cielo e mare, lo studioso rintracciò un’energia economica che oggi fatichiamo a immaginare. Vibo era la città che dettava la norma al prezzo della seta, un centro di mercatura e di arti così florido da poter gareggiare con le principali città del Regno. Era il luogo dove l’intera provincia attingeva i materiali necessari al lusso e alla comodità, segno di un’operosità che faceva di Monteleone un cuore pulsante di scambi e produzione.
Ciò che però rende il racconto di Sarcone davvero prezioso per chi oggi abita queste strade è la descrizione del capitale umano. Egli rimase colpito da una popolazione inchinata alla officiosa ospitalità, animata da ingegni vivaci, penetranti e pieni di accorgimento. Nonostante notasse una demografia insufficiente rispetto alla vastità e alla ricchezza del terreno, riconobbe nei vibonesi una prontezza intellettuale rara e un nobile contegno. Questa vivacità d'ingegno, unita alla fertilità di un territorio capace di offrire abbondanza di ogni genere, rendeva Monteleone un centro di eccellenza. Sarcone vedeva nei fossili e nei crostacei pietrificati rintracciabili nei dintorni il segno di un antico dominio del mare, quasi a voler ricordare che la storia di Vibo è legata agli elementi primordiali della terra e dell'acqua.
Innamorarsi di Vibo Valentia attraverso le parole di Michele Sarcone significa riscoprire una dignità che va oltre la cronaca attuale. Significa guardare alle proprie mura non come a vecchi sassi, ma come a una testimonianza dell'antica gloria che merita di essere difesa dalla barbarie dell'indifferenza. Il viaggio di Sarcone ci insegna che abitare questo luogo è un privilegio che richiede consapevolezza: quella di un popolo ospitale e intelligente che siede su una miniera di storia e di bellezza. Oggi, più che mai, le sue osservazioni dovrebbero servire da bussola per i cittadini, affinché non siano più quella imprudente mano che nasconde il passato, ma gli eredi fieri di una città che, anche tra le nebbie e i venti, non ha mai smesso di essere magnifica e profondamente legata alla propria identità di un tempo.
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