Dallo sbarco a Pizzo all'organizzazione di un esercito tra le mura di Palazzo Pignatelli, ecco come la città divenne il centro di gravità della controrivoluzione borbonica
La sera dell’8 febbraio 1799, un uomo sbarcato poche ore prima sulla spiaggia di Pizzo risaliva i tornanti che conducevano all'altopiano di Monteleone. Non era un soldato, ma un principe della Chiesa, il cardinale Fabrizio Ruffo, accompagnato da appena otto seguaci e armato di una visione politica che appariva, in quel momento, quasi disperata. La Repubblica Napoletana, protetta dalle baionette francesi, sembrava aver cancellato secoli di dominio borbonico, ma fu proprio tra le mura di quella che oggi conosciamo come Vibo Valentia che la storia scelse di invertire la propria rotta. Monteleone non fu una semplice tappa di passaggio in quella risalita verso Napoli; per quasi un mese ne divenne la capitale operativa, il laboratorio logistico e il primo vero centro di gravità di un movimento che avrebbe travolto l'assetto geopolitico del Mezzogiorno.
L’arrivo in città segnò il passaggio dalla clandestinità all'azione istituzionale. Il cardinale non scelse una tenda militare, ma le stanze del palazzo del Duca di Monteleone, la potente casata dei Pignatelli. Quella scelta non rispondeva solo a un bisogno di decoro, ma a una precisa necessità di legittimazione: occupare il centro del potere aristocratico locale significava dare un volto d'ordine a quella che molti definivano già una rivolta popolare disorganizzata. In quelle sale, lo scenario cambiò radicalmente. Monteleone si trasformò istantaneamente in una fucina. Dalle campagne circostanti e dai centri vicini iniziarono ad affluire volontari, nobili, ecclesiastici e contadini, attratti da un richiamo che mescolava la fedeltà alla corona a una profonda insofferenza verso le riforme giacobine. Come segno di riconoscimento, i primi volontari iniziarono ad applicare sui propri cappelli una croce di seta bianca, il simbolo che avrebbe dato il nome all'intera armata della Santa Fede.
Il ruolo della città fu innanzitutto logistico e organizzativo. La permanenza della spedizione si protrasse per un intero mese, fino ai primi giorni di marzo, un tempo che le cronache descrivono come un febbrile cantiere di guerra. Non si trattava solo di ammassare uomini, ma di dare una struttura a una massa informe. Fu a Monteleone che vennero nominati i primi ufficiali e che si stabilirono i contatti con i capimassa delle province vicine. La città offrì le risorse necessarie per sostenere lo sforzo: il clero e la nobiltà locale si affrettarono a fornire sussidi e vettovaglie, comprendendo che la riuscita della missione dipendeva dalla solidità della base operativa. In questo senso, Monteleone agì come una capitale provvisoria, un centro di smistamento di ordini che da Palazzo Pignatelli raggiungevano Catanzaro e Cosenza, coordinando una manovra a tenaglia che avrebbe presto isolato le forze repubblicane.
Ma il soggiorno vibonese ebbe anche un importante risvolto amministrativo. Il comando centrale utilizzò quel mese per ristabilire i tribunali e le istituzioni civili, cercando di arginare l’anarchia che il crollo del potere centrale aveva provocato nelle province. Si trattò di un esercizio di governo in tempo di guerra: l'obiettivo era dimostrare che la restaurazione borbonica non sarebbe stata solo una reazione di piazza, ma un ritorno al diritto e alla stabilità. La diplomazia esercitata nel palazzo ducale fu fondamentale per moderare le spinte più violente e per garantire un minimo di ordine civile in un momento di caos assoluto. Monteleone divenne così il laboratorio di un modello di governo restaurato, dove la gestione della giustizia e delle risorse serviva a consolidare il consenso prima della grande risalita verso nord.
Quando infine, il 7 marzo, la spedizione si mosse verso Mileto, l’esercito della Santa Fede non era più il piccolo gruppo di otto persone sbarcato a Pizzo. Era diventato una forza organizzata, dotata di ufficiali, munizioni e un piano d’azione coordinato. Quel mese di preparazione aveva trasformato una scommessa individuale in un movimento collettivo capace di cambiare il destino del Regno. Ripercorrere quei giorni permette di osservare la città sotto una luce diversa: non come uno scenario passivo della grande storia, ma come la protagonista che fornì il tempo, lo spazio e le risorse materiali affinché un’idea politica potesse tradursi in un esercito reale. È una centralità che emerge dai fatti stessi, fissati nella memoria di palazzi che videro decidere il futuro del Mezzogiorno proprio su quell'altopiano calabrese.
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