Tra lusso, brigantaggio e lo spettro della malaria, il resoconto di un ufficiale che descrisse la capitale vibonese come un porto sicuro
L'esercito di Napoleone avanzava in una Calabria lacerata dalla guerriglia e dalle epidemie, ma quando Duret De Tavel mise piede a Monteleone ebbe l'impressione di aver trovato un rifugio inaspettato. Era il 5 aprile del 1808 e l'ufficiale francese, giunto nel Regno di Napoli l'anno precedente, scopriva una città che sembrava ignorare la desolazione dei borghi circostanti. Nelle sue lettere, scritte durante una permanenza durata dal dicembre 1807 all'ottobre 1810, De Tavel descrive una realtà urbana curata e una vita sociale mondana che contrastava violentemente con la miseria incontrata lungo il cammino. Se per gran parte della regione le sue parole evocano tinte fosche, per Monteleone il giudizio muta radicalmente, trasformando il resoconto militare in una cronaca di ammirazione per il decoro e la salubrità del luogo.
L'ufficiale era arrivato nel Mezzogiorno con il corpo di spedizione francese e aveva risalito la penisola transitando per il passo di Campotenese prima di stabilirsi nel cuore del vibonese. Monteleone appariva allora come una città compattata attorno alle sue istituzioni, dove la pulizia delle strade rappresentava un dettaglio capace di stupire un viaggiatore abituato ai vicoli fangosi dei borghi interni. De Tavel loda la posizione panoramica della città, situata su una collina che domina il golfo e gode di un'aria mite. Il confronto con le località vicine è spietato e serve a sottolineare l'eccezionalità del capoluogo. Mentre Rosarno veniva descritta come la dimora della desolazione, un piccolo paese quasi deserto situato tra paludi infestate dalle febbri malariche che decimavano i francesi, Monteleone garantiva una sicurezza climatica fondamentale. Questa distinzione non era solo un dettaglio estetico, ma una questione di sopravvivenza per le truppe napoleoniche, spesso distrutte dalle esalazioni insalubri delle pianure costiere del golfo di Gioia.
La vita quotidiana a Monteleone permetteva all'ufficiale di frequentare un’élite locale colta e ospitale. Nelle sue cronache, pubblicate inizialmente in forma anonima a Parigi nel 1820 e successivamente a Londra con il titolo “Calabria durante una residenza militare di tre anni”, emerge il ritratto di una nobiltà che interagiva con gli occupanti, condividendo momenti di agiatezza in una cornice architettonica curata. Questa condizione di benessere veniva colta raramente in altre parti della Calabria, dove la sporcizia e la povertà dominavano il paesaggio. De Tavel osserva con rigore anche la struttura della città, notandone la ripresa dopo il sisma del 1783, un evento che aveva lasciato ferite profonde nel territorio ma che a Monteleone sembrava aver dato impulso a una ricostruzione più ordinata. L'eleganza delle abitazioni e la presenza di strutture amministrative conferivano al centro un ruolo di preminenza che l'autore sottolineò con enfasi nel suo epistolario.
Tuttavia la calma dei salotti monteleonesi restava sospesa in un contesto di guerra spietata. De Tavel documenta con freddezza la ferocia degli scontri con i briganti e la natura che attribuiva alle popolazioni rurali, definite spesso ignoranti, fanatiche e feroci. Descrive villaggi dove i maiali neri convivono familiarmente con gli abitanti nelle case, in una sporcizia rivoltante che rendeva le culle dei bambini luoghi di estremo pericolo. Colpiva la sensibilità razionalista francese il fatto che perfino i criminali più spietati invocassero la protezione di santi e reliquie durante le loro azioni efferate, manifestando una superstizione che l'ufficiale giudicava con estremo distacco. Monteleone rimaneva l'eccezione, il porto sicuro dove la civiltà urbana sembrava aver resistito alla barbarie della guerriglia rurale e alla durezza di un territorio che l'autore abbandonò definitivamente il 22 ottobre 1810.
L'esperienza di De Tavel, a cui viene attribuita anche l'opera romanzesca “Alfonso o Napoli e l'Egitto nel 1799”, ha lasciato attraverso Monteleone l'immagine di una capitale civile. La città, nonostante le ferite del terremoto e le tensioni dell'occupazione straniera, seppe offrire a un militare straniero un'immagine di dignità e ordine che oggi continua a rappresentare un tassello prezioso della memoria storica vibonese. Anche nel confronto con Palmi, definita una delle cittadine più graziose in assoluto per la sua piazza e la sua superba fontana, Monteleone manteneva nel racconto una centralità legata alla sua funzione di comando e alla sua nobiltà colta, elementi che rendevano la Calabria napoleonica un mosaico di contrasti insanabili tra la bellezza dei centri urbani e la miseria delle campagne infestate dalla malaria.
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